Bastardi in acqua e segatura

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Questa è una recensione in cui la componente cyber non c’entra affatto, ma quella splatterpunk sì (categoria di genere consacrata con l’uscita dell’antologia cult che porta proprio questo titolo). Ve la proponiamo con fiducia perché siamo convinti della parentela tra rami di un immaginario ribelle, il nostro, che si rivolgono a chi vuole conoscere diverse realtà per confrontarsi con l’Altro socio-antropologico, anche se non sempre esattamente in un contesto metropolitano ma anche nelle province più profonde e disagiate.

Dopo l’avventura più tosta e disperata che mai, vissuta in “Honky tonk samurai” dai due scanzonati investigatori sui generis Hap e Leonard, al termine della quale, quasi ai titoli di coda, il primo dei due riceve un assalto improvviso con un’arma da taglio che lo riduce in fin di vita, la coppia – con un Hap rinvenuto dal suo incontro ravvicinato ospedaliero con il concetto della sua mortalità – torna in pista grazie alla verve del loro ideatore e maestro riconosciuto del noir pulp internazionale, il texano Joe R. Lansdale, da me incontrato qualche anno fa in una presentazione di un suo libro, quando, venuto a sapere della mia dimensione di pretenzioso e spocchiosissimo autore (ma figuriamoci!), mi autografò una copia con tanto di dedica “Al 7”. I due celebri sbruffoni, di cui è noto l’understatement nella vita privata con tanto di cronache di bevute e spuntini e varia simpatia, sono, altrettanto notoriamente ormai, assortiti in modo sorprendente: sinistrorso, deciso ma un po’ sentimentale il bianco Hap, orientato a destra e molto macho l’omosessuale e nero Leonard. Eppure i due sono legatissimi, autentici fratelli di sangue temprati da mille avventure tra cui quelle di “Mucho Mojo”, “Il mambo degli orsi”, “Bad chili” ed altri, che infine hanno trovato sfogo anche in una serie televisiva di successo. In un momento in cui la compagna di Hap, Brett, e la figlia avuta da lui in una precedente relazione e riconosciuta da poco, Chance, sono costipate per via di una brutta influenza, lasciando così campo fin quasi alla fine al protagonismo dei due poco ortodossi difensori della legge, Hap si ritrova a raccogliere inizialmente da solo l’incarico di una donna di colore che cerca di far chiarezza sulla morte del figlio, studente brillante, che lei suppone, in base a qualche testimonianza, che sia stato ucciso dai poliziotti. Ed è questo il tema di questo nuovo capitolo della serie: quello razziale insieme a quello della corruzione della polizia. Si sa, d’altronde, che soprattutto nelle zone più economicamente depresse degli States corrono pessimi rapporti tra i neri e la polizia, ed in generale “…i poveri vengono trattati come cittadini di seconda classe, come se fossero nati con il desiderio di essere dei fallimenti e vivere in povertà”, ha dichiarato Lansdale in una intervista di Gianni Cuperlo su “L’Espresso”.Il linguaggio come al solito molto diretto, anzi, incline al rude ma creativo turpiloquio, dei due amiconi tostissimi, trova al solito il suo modo per attraversare la materia, alla luce-guida di una morale mai retorica né sdolcinata, seguendo il loro senso di giustizia ma non lesinando in reazioni a dir poco vivaci e non solo verbali, ben al di là del politically correct. Hap è come sempre un po’ più scrupoloso, mentre Leonard, molto meno moderato, mostra i muscoli e picchia duro. La vicenda si snoda tra la cittadina dove vivono loro due, LaBorde, immancabilmente nel Texas orientale caro all’autore, che ci è nato, ed una frazione vicina, un quartiere nero e “difficile” in cui le case popolari sono teatro di piccoli traffici e storiacce varie, nelle quali i bianchi di norma fanno bene a non immischiarsi e anzi girare proprio alla larga. E Hap, prima da solo, poi con l’amico, andranno a ficcare il naso in quel vespaio per un compenso per giunta piuttosto basso, che la donna è riuscita a raggranellare per pagare i servigi dell’agenzia di investigazione dei protagonisti. È invece chiaro ben presto che la situazione è delicata da smontare e rimontare, perché è difficile ricostruire un omicidio quando gli autori sono le forze di polizia. È altrettanto evidente che i testimoni che li accusano non sono degli stinchi di santo, tuttavia, tassello dopo tassello, Lansdale costruisce, punteggiandola con le incisive battute di dialogo anche oscene ma nutrite di buffe iperboli dei due satanassi, una trama mossa che salta da un punto nodale all’altro facendoci conoscere una galleria di personaggi che vanno dall’omertoso furbastro al lindo viscidone, dalla precocissima inacidita (“il vampiro di quattrocento anni”, la chiama Leonard), al pavido leguleio, dal corrotto strafottente al bolso semi-demente, e non ho detto tutto. Quindi la narrazione ha un buon movimento, perché seppure la spinta verso la verità è forte – la cliente che ha visto il proprio figlio morire senza una apparente motivazione – tuttavia è necessaria molta pazienza (pazienza? Le scazzottate e le minacce verbali abbondano, di solito piuttosto colorite) per vedere emergere la successione reale dei fatti tra le testimonianze dei vari teppisti, la cui diffidenza verso gli estranei è ostinata e nutrita anche di una certa ignoranza atavica, come gli ricorda con non molto tatto Leonard, che può permetterselo sia per il suo essere nero sia per le sue doti ancora pressoché intatte di ex pugile. E questo del pugilato è un sottotema che si fa strada nella storia; tra i misfatti perpetrati nel dipartimento corrotto di Camp Rapture ci sono infatti i combattimenti clandestini tra cani (tipo di ambientazione già trattata dal primo Lansdale, quello del periodo avantpop-splatter, in un racconto) ma anche tra uomini, a cui il lindo viscidone nonché ufficiale di polizia e capo della ghenga si premura ipocritamente di offrire una copertura etica accettabile solo molto parzialmente. Le giustificazioni e l’appoggio reciproco, a base di menzogne, dei componenti del clan dei corrotti valgono poco perché ad una analisi ancora neanche tanto approfondita già risultano attenzioni morbose di qualche agente verso giovani cittadine, e palpatine anche nei confronti di una collega, Manny, che peraltro per agire secondo coscienza viene prontamente licenziata (avrà occasione di dire: “Abbiamo a che fare con la polizia. Possono inventarsi quello che vogliono”, a cui Hap risponderà “Se non si comportano come poliziotti, non sono poliziotti”), nonché traffici di droga.

Joe R. Lansdale

Ma Lansdale è anche molto attento, al solito, nel fornire una visione sfaccettata della situazione in modo da non far di tutta l’erba un fascio, per cui ci offre, come anche in altri capitoli della saga, la presenza di Marvin, il capo di polizia di LaBorde, cittadina dove vivono Hap e Leonard che garantisce all’immagine dell’uomo dell’ordine il giusto mix di esperienza ed onestà, ed altre due figure simili: una è la poliziotta molestata di cui sopra, l’altra è quella prestante di un collega che in men che non si dica – a parte un rinvio per motivi di lavoro – diventa la nuova fiamma del duro Leonard, che così riuscirà ad uscire dallo storico tiraemolla amoroso con lo sfuggente John e a trovare pane per i suoi denti in questo nuovo compagno, che appare vigoroso quanto lui, tanto da far dire ad Hap, che gioca a fare lo spiritoso impertinente con l’amico: “Pensavo volessi qualcuno più tenero di te, più femminile. Due duri, non so se funziona. Potrebbe sbilanciare l’ordine dell’universo”.

Il mondo a volte sembra non voler essere facile per nessuno, ma quella sua porzione-microcosmo in cui i due baldi compagni vanno a mettere le mani non lo è senz’altro e l’investigazione gli riesce proprio perché hanno la tempra di chi conosce a menadito quella realtà, ed hanno faccia tosta e coraggio in quantità massicce, anche se il loro essere anche a volte scoglionati per disinvoltura li porta a commettere qualche errore. Capita proprio quando si avvicinano pericolosamente al fulcro della situazione, un luogo che dà il titolo al romanzo, “Rusty puppy”, ovvero “Cuccioli arrugginiti”  (“Bastardi in salsa rossa” è un adattamento un po’ libero), e che vede la presenza oscura di un laghetto melmoso stracarico della segatura di una vicina segheria in disuso, in cui, per sbarazzarsene senza lasciare tracce, vengono gettati i cani che hanno perso nei combattimenti cui s’è fatto cenno sopra; nei casi in cui ne torna a galla qualcuno, questo appare ricoperto di ruggine, perché “La segatura mangia il corpo come se fosse un acido, e lo fa anche velocemente”. Ma i cadaveri erano anche di uomini e donne. Chi ce li gettava era abituato a non rendere conto a nessuno. ““Fino ad ora”, disse Leonard”.

Copertina dell’edizione americana del romanzo

I colpi di scena sono assicurati, e questo si ritrova ad essere l’ennesimo puntuale scorcio dell’America profonda, lì dove la violenza è una moneta di scambio pericolosamente diffusa, ma in cui l’autore pianta solidi paletti chiamati amicizia, famiglia, lealtà. Si ride anche, ma sapendo che si dovrà cercare di evitare i momenti di dolore puro. “Il Texas come stato mentale, un posto mitologico sulla terra reale”, ha affermato Lansdale nell’intervista succitata.
La costruzione del plot è dunque ingegnosa e convincente, qualità che permette a noi lettori di immergerci e lasciarci trasportare non proprio nello stagno di acqua piovana e segatura – il cielo ce ne scampi, ragazzi! – ma almeno in quegli ambienti loschi, volgari, piagati dal disagio, per poter immedesimarci senza correre rischi in esistenze e vicende lontane dalle nostre ma che comunque ci raccontano aspetti della vita che confermano che questo pianeta Terra non ha solo posti in poltrona per leggere e vedere film ma che bisogna sapersi munire all’occorrenza di resilienza, stomaco e tanta reattiva ironia.

il7 – Marco Settembre