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È guerra! E senza quartiere!

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EDIZIONE STRAORDINARIA – il 15 anziché il 25 del mese!
Cari miei cyberpunk di tutti i generi sessuali possibili, preparatevi al peggio! Stavolta l’ho combinata grossa: avevo scritto un breve incipit (dalla lunghezza da Twitter: 280 caratteri), qualcuno ha voluto proseguire ma per questo o non solo per questo si sono scatenati faintendimenti, impicci e sbullonature di vario genere, e allora, giunti a questo punto, mi è toccato provvedere io a continuare il mio stesso incipit, dando luogo ad un racconto di fantascienza posticcia e scombinata che spero che alla fine porti, per miracolo, un po’ di sollievo tra le umane genti corrucciate per la pandemia scassacaxxi! Buona lettua, dunque.


È guerra! E senza quartiere!
I grotteschi carrarmati di gesso con la parte posteriore a triciclo erano schierati in cima alla collina. La piega assurda di quel mondo parallelo non induceva a prendere sul serio la difesa terrestre, ma d’altronde anche i pochi alieni invasori avevano una tosse assai stizzosa.

The_British_Army_in_Tunisia_1943_NA2321.jpg (da Wikisource)

Quelle creature che planando attraverso le galassie erano giunte sulla Terra “non erano proprio degli innocentini”, come si espresse al proposito Alex De Meo, l’italoamericano del Bronx che per il troppo vino cattivo camminava in modo scoordinato, ma Lyonel Bradcrock lo rintuzzò:
“Ma tu che cazzo ne sai? Forse la loro tosse è dovuta a problemi alla cistifellea, poracci, non si può mai dire che razza di guai sul groppone può avere il prossimo”.

In generale, anche se i terrestri invece avevano sicuramente problemi sia di logica carente che di pessima educazione, si stavano tutti interrogando su come potessero non solo respingere i Visitatori, ma anche sterminarli, perché in quel mondo parallelo, dal Brasile Rovinato di Bolsonaro fino alla Libia di Salvini, ma anche lì, nel Contro-Stato Amerikano Ignobile diretto da Trump, tutti gli uomini s’erano messi in testa che gli alieni fossero venuti per insinuarsi nei più profondi e torbidi meandri dell’essere umano, facendolo con una prosa oscura, poco commovente e molto disturbante, quella che adoperavano per comunicare, risultando una parodia della parodia di Philip K. Dick. E però apparendo al contempo così innocui che nei terrestri, paranoici per natura, destavano tremendi sospetti. Hollis Driscoll, il canadese convinto di essere acculturato perché la nonna leggeva gli albi di Mickey Mouse snobbando Petronio, e perché lui confondeva Eschilo con Mickey Rourke, una volta disse, a riguardo:
“Io mi son fatto permeare fin troppo da contenuti americani, e non ci dormo la notte, però, appunto, adesso basta: non permetterò a questi alieni di dirmi che tipo di prosa weird dovrei leggere, perché secondo me loro non sono mica laureati”.
Dopo questa sua antipatica dichiarazione, la moglie scappò di casa per andare a vivere con un negromante cheyenne sniffatore d’aglio che girava tutto il continente col camper nomade e aveva letto tutti i libri di Gibson senza usare gli occhiali e che malgrado ciò incredibilmente non era diventato strabico.

Ma non tutti i terrestri si limitavano a reagire a chiacchiere. Trump si rese conto che in quell’universo parallelo che forse lui stesso, con la sua stupida presenza, aveva spalancato, non esistevano più armamenti militari degni di questo nome, per cui si ritrovò costretto a dire al tenente Weinbaugh di chiamare a raccolta tutte le carriole a cherosene dotate di cannoncini a sbuffo di polenta e farle portare dai suoi uomini fin sulla collinetta dove già da due giorni prima era arrivato il Sovrintendente Bellamy, col suo occhio bruciato dal sigaro quando aveva sedici anni, e soprattutto con la sua squadra di disadattati “patrioti” fanatici di Giorgia Meloney, che avevano guidato non senza fatica fin lì i ridicoli carrarmati di gesso con la coda da triciclo.
Peraltro gli alieni non erano neanche troppo sorpresi da questa incivile accoglienza, perché avevano avvistato quei mezzi bellici scombiccherati già quando loro, gli extraterrestri, si trovavano a metà percorso, cioè presso Urano, dove avevano attivato i loro organi cranici anticipatori. Avrebbero però desiderato che i terrestri assumessero un atteggiamento più rilassato e che magari mettessero da parte i carrarmati per sfoderare tutt’al più dei cartocci pieni di olive disossate. E invece… macché!
Trump disse con un vecchio walkie talkie al suo luogotenente Grant Nolan: “Mi sente? Bene, allora faccia lei un discorso alle truppe, io a furia d’incazzarmi ho il fegato così grosso che come vede [???] neanche riesco a parlare, neppure facendo il presentatore farlocco in TV come ai bei tempi. Ci pensi lei, e sia ringhioso, dobbiamo fare una figura di merda che verrà ricordata in tutto il Cosmo!”
E quello ebbe un singulto d’emozione, si sbilanciò e cadde dalla torretta del carrarmato, ma raccolse da terra non il walkie talkie che gli era sfuggito ma un megafono militare con perline colorate trainato dal carrarmato tramite una catenella, e con quello gracchiò forte verso gli alieni:
“L’incipit è stato vostro, e ve ne rendiamo atto. Ma la mia vita è una sorta di accozzaglia spaventosa di attimi banali e di esperienze risibili. Basti dire che obbedisco alla cieca a uno come Trump, che sembra porti il cadavere d’un gatto roscio sopra la testa”. 

Un alieno, stufo di tutto quel pasticcio illogico, sollevò una pinna dalla sua gobba fosforescente che sbucava fuori da una delle quattro snelle astronavi fatte di cartilagine, e cercò di dare al luogotenente un’indicazione bonaria: “Fai ancora in tempo a cambiare!” 

Ma quello rispose: “Credo di non farcela; la persona più assennata che conosco, mio cognato, ha una consuetudine stretta con le mostruosità: dice che l’atto di sforzarsi di vivere la sua vita verso la morte gli ha cancellato tutto, e che pure noi in famiglia, in generale, non sappiamo proprio niente di come si campa. Solo quando Trump ci dice “Spara!” viviamo un’emozione liberatoria”. 

A quel punto un altro alieno, con un mento bivalve che gli girava intorno all’addome, emanò dei segnali: 
“Senti, ciccio, ho capito che alcuni di voi si ritengono saggi, però – non so per quale motivo – globalmente vi comportate da attaccabrighe. Meno male che qui c’è questa ragazzetta sexy di San Francisco che ha voluto cortesemente tradurre questo che ti dico, altrimenti voi coglioni avreste preso fischi per fiaschi per l’ennesima volta”.

Reagendo in questo modo, però, l’alieno aveva inavvertitamente aperto un canale di comunicazione anche con un tipo che aveva velleità da autore ma che per suoi limiti intrinseci finì in quel momento col conferire una connotazione popolaresca ad una tenzone che così diventò degna del proverbiale “lancio degli stracci”; costui infatti mise le mani a coppa, dall’angolo di uno steccato, sotto la collina, dove si trovava, e gridò: “Secondo me neanche vi lavate, voi; tornate al vostro ovile stellare!”!” e dopo una pausa rincarò la dose: “Già!.. Avete voglia di vomitare qualcosa, adesso? Eh? Avete qualche conato mal trattenuto, vero? Beh, avanti: buttate fuori quello che volete, ché tanto io sono abituato a farmela fare addosso dal mio cane malato tutte le mattine!”

Gli alieni si sentirono a disagio, però due di loro si inclinarono per confabulare: volendo restare calmi, c’era da considerare quanto fosse strano che i terrestri, troppo ignoranti per credere alla realtà del pluriverso, si fossero messi addirittura non solo a cavalcare il grottesco di un’altra dimensione, ma addirittura a trascinare in una disfida così squallida Esseri che invece erano abituati a trattare quotidianamente Cose da Altri Mondi. 

Tuttavia, gli alieni concretamente non fecero nulla per porre fine a quella patetica pantomima bellica che di certo non faceva onore all’Universo, e così il sergente Fripperton, dell’esercito “terrigno” (molti abitanti della Terra si chiamavano così, tra di loro, per autoscreditarsi, e usavano però anche campanacci di rame, per far capire che non erano depressi (bah!)), sputò un granulo di catrame di una sua vecchia otturazione e latrò, sprezzante: 
“Naaa, questa storia, se l’avesse inventata Laurene, le avrei detto che non è un onesto lavoro di scrittura, porca merda!”
Poi, con un brusco gesto strappò dalla testa dell’artigliere gay Sammy Trock la sua parrucca bluette e se la mise in testa lui, storta, a riprova del fatto che lui non si faceva scrupoli a prendere per i fondelli chiunque, anche sull’orlo di una guerra intergalattica. Subito dopo, con un cenno ordinò ai suoi sottoposti di lasciar perdere i carrarmati, che tanto erano di gesso, e usare invece i mortai fatti con le cassette di legno della frutta e di sparare con quelli ad alzo zero contro gli alieni.

Cosa gli spariamo, signore?”, chiese cantilenando con malizia l’artigliere Sammy.
“Rammollito! Loro parlano bene e con coscienza e per questo a noi la loro lingua sembra una tosse stizzosa; abbiamo gli sciroppi… e cosa vuoi che gli spariamo, agli alieni, con quei mortai di legno che abbiamo? Massacriamoli di sciroppi!!!”

Erano infatti i terrestri ad essere in realtà più stizziti e stizzosi: avevano capito che gli alieni erano più normali di loro, e per questo rosicavano! Peggio per loro, ma una volta che dai cosiddetti Mari della Conoscenza di cui si parlava nell’antichità forse qualche Sibilla grassona non di Delfi ma di Minneapolis aveva attinto per delineare tra gli altri quell’universo parallelo basato su una forma risibile di Caos, beh, adesso, contorto e zoppo com’era, non si sarebbe richiuso tanto facilmente, tantomeno adesso che era scoppiato in più un assurdo conflitto che magari neanche la Sibilla aveva previsto. Serviva un po’ d’ironia postpostqualcosa, cioè di quella sana! Merce rara, nella Via Lattea.

Contemporaneamente, ma in una diversa linea spazio-temporale dell’inconscio collettivo, quindi forse prima, ma soprattutto dopo, la giovane e snella traduttrice accompagnava il suo coraggioso compagno Herbert a frugare tra le rovine post-belliche in cerca di cibo, dopo la quattordicesima battaglia sclerotica tra terrestri e alieni, a suon di megatoni di ricotta da una parte e sventagliate di raggi subatomici color cammello dall’altra, e… d’un tratto lei tra le macerie trovò un pezzo d’imbecille dilaniato, dalla forma non umana nè aliena; sembrava una sorta di coleottero ingobbito oltre che mortalmente ferito, che stava ripetendo, in fin di vita:
“È stata tutta colpa mia… Nel 3041 vivevo in una dimensione obliqua chiamata BrufolChaos II e scoprii di avere un coagulo orrendo che mi si era formato nel tronco, a lato della mia pompetta cardio-intestinale… lo sentivo muoversi… era un morbo dalle dimensioni e dal muso di un dannato sorcio. Capii che s’era formato perché da diverso tempo avevo cercato di corrompere il linguaggio. L’avevo fatto per mio gusto personale, ma così avevo determinato inceppi della logica in tutto l’Universo, a chiazze. E… sì, m’era venuto ‘sto bozzo mobile nella pancia. Così, per cercare di correggere le cose sono venuto qui sulla Terra, dove sapevo che era in atto un confronto tra civiltà, ma la mia stronzaggine ahimè ha prevalso ancora e quindi, storpiando di nuovo i messaggi, ho scaricato la mia rabbia su entrambe le fazioni: terrestri e alieni. Il risultato… eccolo: è questo olocausto fritto-nucleare. L’unico aspetto buono è che ora creperò. Sta a voi trovare il modo per tornare a parlare in modo logico e civile e… fare pace“. Seguirono suoi rumori gorgoglianti da far schifo; quella orrenda creatura non sarebbe sopravvissuta al colossale guaio che essa stessa aveva provocato.
La ragazza, durissima, gli rispose solo:
“Ok, vedremo, ma io ti lascio qui; puoi scordarti che io ti seppellisca: sei stato il meta-idiota della discordia!”

il7 – Marco Settembre
dom 14/3/2021 00:27

© Tutti i diritti registrati

“La traduttrice tra le macerie trova il mostro agonizzante”,
illustrazione de il7 – Marco Settembre

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