Estratto n. 5 da “L’ennesimo video”

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(…continua da pag. 318…)
La signora fece una pausa, tanto per tirare il fiato, ma il suo pensiero correva, e intorno a lei si avvitavano ectoplasmi di scenari, spazi, tempi, echi dei suoi stessi movimenti. Il cameraman sembrava quasi sparire riempiendo l’immagine generale di scomposizioni cubodadaiste proprio della signora Amanda Popster che scendeva in strada e percorreva via del Caravaggio diretta al parcheggio dei taxi… Oppure sembrava che lei si scuotesse d’un tratto – seduta sul letto a reggersi la testa un po’ rintronata per la botta dovuta alla caduta in cucina – quando sentiva il clacson dei nipoti che erano venuti a prenderla, evento rarissimo e festoso… Ma poi questa fantasia si interrompeva, perché lei stessa non sapeva se davvero fossero stati i due nipoti ad ascoltarla parlare di come il figlio la stesse forse sfidando sul piano artistico… E allora chi era stato a raccogliere il suo sfogo? Una vicina di casa? Un vecchio collega d’ufficio di grado elevato? Chi l’aveva teletrasportata in stato di trance all’albergo abbastanza nuovo che sorgeva sempre lì nel quartiere, con l’ingresso situato in una traversa abbastanza larga e poco frequentata di via Mantegna? Non aveva importanza… A Scott avrebbero potuto dire: “Senta, lei è in crisi d’ispirazione, o meglio si sta quasi riprendendo e cerchi allora di fare qualcosa di buono, nel Cinema, ma sappia che nel frattempo forse è sua madre ad essersi ammalata di qualche forma di espressionistica vaghezza”. Ma a volte anche alcuni destini vicini e paralleli non riescono ad influenzarsi positivamente, per cui… non ci fu nulla da fare: Amanda Popster Scott, senza sorreggersi a nessuno, ma sulle proprie gambe senza molta forza ma rette dai nervi e risparmiate miracolosamente dalla solita artrosi del ginocchio, entrò nell’Hotel Aran Mantegna girandosi intorno come a dire: “Qui dentro è tutto piuttosto grande, e ci sono molte cose e persone, ma andiamo al sodo: qualcuno mi faccia capire a chi devo rivolgermi per esporre il mio caso disperato!”

Il recinto sagomato di cemento dipinto di grigio e bianco dell’esterno dell’hotel era apparso abbastanza sgombro, a parte i grandi vasi pieni di piante che in quella piega del Tempo non sembravano normali ma piuttosto lingue di rospi del Profondo che terminassero con occhi spinosi, ma forse era solo la percezione alterata della signora, che era tesa ma anche determinata ad essere credibile al cospetto di uno qualunque degli uomini d’affari mediamente quarantacinquenni (di quel 2006 ormai appestato dalle reazioni a catena distopiche) che si appostavano per coincidenza vicino alle piante nei vasi, uno qui uno là, a parlare ai loro cellulari a conchiglia rivolgendosi a partners commerciali disposti a commettere catene di illeciti a velocità supersonica e a un grado di segretezza maggiore di quella dei proverbiali “segreti di Pulcinella”.

Ma la imbufalita madre Amanda Popster Scott in men che non si dica era già dentro, nella hall, come detto, e coglieva confusamente e con ostilità il gran movimento in parte coordinato in parte decadente, molle e sinistro, di tutto ciò che si agitava e rimestava dentro il gran palazzo di vetro, costantemente rifornito di teste di cavolo dinamiche con valigette corazzate e coordinate con pesanti Rolex da polso col fischio a vapore; il rifornimento era assicurato da parte di pullman lunghi e laccati che portavano lì soggetti vestiti benino ma con tendenza al pagliaccesco che dovevano “far numero” alimentando il giro d’affari e la bolgia di chiacchiere finanziarie e lordo-politiche. L’attempata Amanda proprio quel contesto aveva scelto, semi-inconsciamente, come teatro per i suoi furibondi tentativi di far capire che doveva regolarsi in qualche modo per arginare le velleità artistiche dell’amato/odiato figlio maschio.

L’hotel
Foto di il7 – Marco Settembre. Roma, 23/6/2013

L’esterno mastodontico e a gomito dell’albergo era contrassegnato da un intreccio di fasce bianche e strisce di vetro fumè che componevano la texture impeccabile della compatta facciata architettonica, irrorata dall’alto da una fila di faretti scenotecnici che dovevano fornire la certezza che, pure in una distopia che peggiorava scivolando nella melma, chi ha abbondanza di soldi, azioni in borsa, polsini e dentoni d’oro trova sempre il modo di cadere in piedi. All’interno, una sagomata struttura marrone lucido che ruotava su cardini di rame rendeva funzionale l’intrico di spazi pentagonali tronchi attorno all’area centrale della elegante ma inquietante hall, segnata sul pavimento da cilindri fatti di finti mattoni tamburati, che fungevano da ostacoli ornamentali attorno a cui si doveva camminare con una disinvolta classe che invano la maggioranza cercava tra le proprie risorse. Alcune porzioni del pavimento oscillavano tra colori caldi come terre stracotte e rivestimenti più freddi e lucidi che erano stati scelti per creare contrasti che richiedessero sforzi insostenibili per essere capiti. Una fila di steli di ferro a tortiglione, sottili, che sorregevano un lungo cordone rosso, separava dal resto degli scalpiccianti frequentatori dell’hotel un gruppo che si accalcava in fila cercando l’impossibile, ovvero entrare in una sala a forma di 8 angoloso che era già stracolma di persone, sedute o in piedi, che seguivano un seminario dell’Università La Sordidona di Parigi dedicato al tema “Approfittare della frammentazione”. I due relatori in quel momento impegnati stavano illustrando ad una velocità inafferrabile delle slides proiettate che sembravano tener conto di alcune curve tendenziali del licenziamento a Tor Carbone, di traffici di fionde al Laurentino 38, di perdita della capacità di elaborazione linguistica a Ostia Antica. Le conseguenze si intuivano appena, nella spiegazione, ma erano ghiotte, e bisognava essere incredibilmente scaltri e veloci per cogliere le opportunità e ammazzare le persone giuste al giusto prezzo. I tribunali erano messi tra parentesi, al massimo qualcuno andava in quei posti per giocare a carte. A parte il seminario, c’erano, in sale più piccole o nei tavolini disseminati ai bordi della hall, crocicchi di individui che sembrava scommettessero sulla loro stessa presenza, pronti a negarla se non avessero ottenuto entro sei ore quello che volevano, ostacolando altri personaggi che il giorno prima avevano vinto troppo: intere partite di cadaveri, oppure pacchetti di schiavi che Skartberg avrebbe potuto utilizzare come avvoltoi umani almeno per un paio di settimane, prima di eliminarli e vendere le loro ossa a qualche banca clandestina del vecchio Vaticano, che era sopravvissuto solo così.

La signora Amanda Popster Scott fermò un uomo che passava con lo sguardo da destra a sinistra ripetutamente, come se controllasse contemporaneamente l’andamento di qualcosa e qualcuno che erano agli antipodi, là dentro; lei gli chiese: 

“Mi scusi, sa?, ma io ho urgenza di parlare. Poi capirà perché”. 

L’uomo sfuggente: “Signora, cosa vuole? La vedo agitata. Anch’io sono agitato, ma ho la scusante di essere un uomo d’affari sull’orlo del fallimento, che deve farla pagare o a un essere umano o a qualche entità che sta calando dallo Spazio per portarmi sfiga”. 

Amanda: “Quello che devo dire io è più importante. Io sono molto comunicativa: se mi lascia parlare per più di venti secondi io la convinco di ogni cosa perché, se decido che è l’occasione giusta, io parlo col cuore in mano e voi farlocchi affaristi ci cascate con tutte le scarpe”.

L’uomo sfuggente: “Ho capito. Provi con Mike Corlimpopoli. È il proprietario di 61 gallerie d’arte, troppe, in cui a rotazione espone imbecilli, soggetti estremi, cani impiccati a palmizi secchi, e anche donne con lineamenti grossolani che fanno le critiche accademiche cercando di non far notare i loro culoni e dirigono studi di consulenza sull’informazione sul web ma non pagano mai nessuno. Forse lui può aiutarla, perché ha una presenza così capillare sul territorio che a molti di quegli imbecilli e quelle fasulle i capillari emergono con forza, ai lati dei piedi”.

Amanda: “La ringrazio. Lei, anche se non vuole avere a che fare con me, ha capito però che non può resistermi al cento per cento e quindi si è reso utile”.

L’uomo che era stato indicato, per la verità, in quel momento sembrava anche lui impegnato: affiancato da due tipetti con diverse tipologie di baffi libidinosi, stava per mettersi seduto ad uno dei tavoli coperti da tovaglie viola dai pizzi angolari lunghi fino a terra, lascivi, ma lui sembrava stanco, per la mancanza di capelli e per il peso di una montatura di occhiali che gli squadravano in modo fumettistico il viso ombreggiato da un accenno di barbetta non rasata, da ex ragazzotto cresciuto male. Tanto male che stava affondando un pugnale in mezzo agli occhi di una creatura simile ad un grande struzzo verde. Il motivo era che “Questa è una performance allegorica già vista”, come disse mentre Amanda Popster Scott si avvicinava. Lei vide lo struzzo afflosciarsi sghembo sul pavimento a rombi magenta, con le ali grandi che si piegavano male deviando il flusso di sangue verso un portacenere di quarzo rosa che nella colluttazione era caduto sul piccolo tappeto rotondo fucsia e giallo. L’Hotel Aran Mantegna era noto per avere al suo interno una logica cromatica che insultava la memoria del grande pittore del Cinquecento.

Amanda, che si stava stancando di stare in piedi, attese giusto due secondi netti che lo scintillìo omicida nello sguardo di Mike Corlimpopoli si spegnesse posandosi sul bozzo amorfo in mezzo ai suoi pantaloni animati da un’eccitazione artistica, come sempre, verso le forme estreme, intime, inedite, scandalose, senza senso, senza voler rivelare nulla sul come sono state ottenute, su quali crimini ci sono dietro, su quanti aborti sono stati condotti e quante strisciate di pelle sono state strappate dalla schiena di un povero stronzo legato mani e piedi e fotografato col flash all’1:24 di notte in qualche aggrovigliato gorgo notturno di fondi mal cementati di pollaio grezzi e impietosi dietro alla fattoria. Poi lei lo aggredì: 

“Mi guardi bene. Io non posso dirle da subito che un folle biologo ha impastato qualche veleno nella testa di mio figlio; non posso dirle con certezza che il disastro che sta facendo sprofondare Roma era scritto sin dall’inizio nella Creazione o nella concezione di cinema digitale di mio figlio; non posso dirle che sia stato lui a convocare qui bestiacce extraterrestri telepatiche che aizzano le folle convincendole che quel sanguinario mutante bavoso chiamato Skartberg è un ottimo capopopolo che ora non a caso vuole occupare un appartamento in via Cola di Rienzo”.

“E cosa vuole dirmi, allora?.. Signora..?”

E lei, con un gesto angoloso dell’articolazione del gomito e con la fluidità befanesca di una pupazza imbottita che fruga in sé stessa, affondò la mano, fornita di tormentati anelli ereditati dalla prozia, nella borsetta, da cui prelevò un paio di compatti occhialoni da vista dalle lenti affumicate rosso scuro, li inforcò rendendo imperscrutabile il suo sguardo e poi però fissò l’interlocutore inquietante, calvo e raffinato, e infine, senza dire nulla, lo puntò, a lungo, muovendo impercettibilmente la testa, con la sua massa composta di capelli bianchi, e rimase così, continuando in questa posa ieratica e ipnotica, inducendo Mike Corlimpopoli ad avvicinare la testa alla sua, e a ricambiare lo sguardo cercando però di penetrare oltre le lenti rossicce per cercare di capire che cazzo volesse dirgli di culminante quella anziana signora.

(…continua… Questo è solo un estratto)

il7 – Marco Settembre
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