La esemplare “Ucronia” nuova di Elena Di Fazio

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Si potrebbe approfittare di quest’occasione per contraddire concezioni e pregiudizi ormai obsoleti di cui però ancora si parla tra gli addetti ai lavori editoriali, ma invece mi sembra più opportuno in questa sede segnalare con entusiasmo che la Fantascienza non è solo un genere con la sua nobiltà e una vocazione a parlare del futuro, ma che in un paio di sfumature o sottogeneri ha anche molto da dire in merito al nostro presente, che è sia ingombrante sia sfuggente. Mi è capitato di recensire “Rumore bianco” di De Lillo, che non è Fantascienza ma che assolve in buona parte a quella funzione; stavolta vorrei argomentare che, al di là di certe sconcertanti incomprensioni tra umani (e lettor-scrittori), credo sia chiaro a tutti che un romanzo di Fantascienza come “Ucronia”, scritto da una DONNA, GIOVANE, e con un approccio CONTEMPORANEO, è la migliore risposta a chi si chiede cosa leggere oggi e se la Letteratura di genere ci parla nel modo giusto, perché in effetti è così, e nella consapevolezza delle crisi solleva il suo sguardo e offre visioni intelligenti, feconde, e non appiattite sul reale.

“Ucronia”, Delos Digital, collana Odissea;
romanzo vincitore appunto dell’omonimo Premio nel 2017.

Questo romanzo, che in particolare dunque aiuta molto – si spera – a vedere oltre le ragnatele o la polvere sugli occhi stanchi di chi pensa di aver già visto troppo o troppo poco in Arte o di aver capito le cose a modo suo e antiscientifico e terrapiattista sui vaccini, sul torto e la ragione nelle relazioni umane, e sul colonialismo dello Spazio e sullo sfruttamento degli alieni con o senza virgolette, è – dicevo – “Ucronia”, della ormai ben più che emersa – anzi, pluripremiata e gentile – autrice Elena Di Fazio, peraltro da tempo una professionista a tutto tondo della scrittura dato che è attiva anche sul versante editoriale come titolare, assieme alla altrettanto valida socia Giulia Abbate, dell’agenzia letteraria Studio83. Entrambe le notevoli autrici pare – a quanto ne so, che è pochissimo – che si siano messe alle spalle la problematica Capitale per cercare dinamismi e riconoscimenti (meritati e ottenuti) al Nord; lo hanno fatto lasciando a me, che pur finora lavoro nell’ombra per una serie di circostanze, l’onere e l’onore peraltro faticoso e ingrato, ma vivo almeno nella mia mitologia personale, di interpretare Roma non per le sue celebrate ma abusate vestigia millenarie ma come metropoli più sghemba di altre e carica per questo di strani echi, che vanno dal grottesco tragicomico alla distopia internazionale? Direi proprio di no; questo è un altro discorso. Là dove ciò è pertinente è dove esso si incrocia proprio con le attitudini autoriali e il sentimento personale della Di Fazio, che proprio in questo “Ucronia” pone sullo sfondo della narrazione, per quanto variegata, proprio la città di Roma, alla quale offre questo tributo dolente ma disincantato quanto basta da fondersi con gli altri elementi dell’impianto romanzesco senza cedere certamente a nostalgie ovvie e facilone. E allora ecco che va subito indicato come nell’impalcatura complessa e vivace del romanzo i materiali tematici ed emotivi di partenza quasi si perdono di vista, non si lasciano afferrare ed enucleare durante la lettura, perchè la vicenda è un melting pot di natura, come dicevo, contemporanea! Questo risulta il tratto distintivo e vincente di una storia che è programmaticamente una Storia – l’ucronia infatti è una riscrittura alternativa di qualche pagina della Storia mondiale – che insegue sè stessa contraddicendosi in parte e cercando magari di rifondarsi, ma parlando col linguaggio “fresco” di chi è giovane (perfino più di me, eheh!) e lo vive, l’oggi, lo mastica, è permeato dei suoi linguaggi, e assorbe anche le rifrazioni di passati prossimi che affiorano qua e là in un mondo che di fatto, anche nella realtà, non è proprio ucronico, certo, ma è postmoderno e quindi citazionista.

Ripetiamolo a beneficio di chi non lo sapesse: l’ucronia è un’interpretazione narrativa della Storia, o perfino una configurazione sospesa ipotetica, che traccia un’alternativa a determinati fatti storici proponendo un diverso svolgimento dei fatti in conseguenza di un fatale turning point o punto di svolta, e perciò nella sua ideazione prende il via da una considerazione impostata sul “what if“, ovvero “cosa sarebbe successo se..?” Il tipico, abusato esempio è “La svastica sul sole” dell’irraggiungibile Philip K. Dick, in cui si immagina cosa sarebbe successo se – bleah! – Hitler e le potenze dell’Asse avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale. Nel caso di Di Fazio il titolo è tanto programmatico, “Ucronia”, appunto, da far intuire come l’autrice volesse realizzare un’opera che si ponesse come nuovo manifesto del genere, attualizzandolo con la freschezza di cui si diceva prima.
Ma entriamo nel merito: anche se la scaturigine della deviazione storica è prettamente fantascientifica perchè viene attribuita a qualcosa che è avvenuto in una colonia marziana di noi terrestri un po’ invadenti se non invasori, e risulta decisivo il modulo Mao Hsien, di ritorno appunto dalla colonia Texoil – si noti la intrigante malizia citazionista nei nomi, tra i miti della Storia e la pop art delle marche commerciali e industriali – di fatto resta però un elemento fantasmagorico, di cui forse per due terzi della vicenda si parla poco, si trova su uno sfondo misterioso – strategicamente così concepito ai fini narrativi – perchè di fatto lo svolgimento della vicenda è tutto terrestre e si snoda nelle faglie (e nei relativi avvicendamenti dei vari personaggi, in osservanza della multifocalità propugnata sopra molti altri proprio dal colosso SF postmodernista Dick) della catastrofica Convergenza che dà esattamente luogo all’ucronia potremmo dire a macchie di leopardo che si manifesta ovunque.

Il Muro di Berlino

In effetti il contesto storico alterato tipico delle ucronie in questo caso è declinato in modo originale in versione bifida, perchè, così come nel primo capitolo i due principali protagonisti cercano di passare dalla DDR alla Germania Ovest superando la terribile, plumbea, epocale divisione operata dal Muro, così nel prosieguo, sia pure con una bipartizione più disordinata e imprevedibile, a chiazze, i personaggi cercano di seguire i loro percorsi cucendoli attraverso i due lembi temporali del 2050 (assimilabile in buona parte alla nostra realtà del 2022 salvo soprattutto per il neuro-modem e la colonizzazione di Marte e ciò che ne consegue) e del 1968. L’autrice, forse – chissà – mettendo a frutto in parte un suo vissuto studentesco (sicuramente nel solco della legalità e moralità), traccia dunque una bipartizione che però al tempo stesso propone una convergenza (appunto) di due Controculture, con pregi e difetti. Le agitazioni studentesche con relativo tipico coinvolgimento della classe operaia sono l’humus in cui si alimentano in buona parte relazioni complesse, slabbrate dallo sfasamento temporale (Eva può incontrare suo padre da quasi coetaneo e farsi infine guidare dall’intrepido nonno nella pienezza della vita), ma anche pittorescamente balorde (Vittorio). E peraltro questi personaggi sono tanto più vividi proprio quanto più si agitano e si arrabbattano in un mix di quotidianità un po’ sciatta made in Rome ed elementi sci-fi e/o surreali come le molli figure inoffensive e “piagnone” dei marziani nanuq (le cui lacrime sono il corrispettivo poetico-esistenzialista della droga come la coca o l’hascisc (perdonatemi se non faccio differenze ma non me ne intendo) coi relativi traffici tra lo squallido e l’umoristico con eventuali sviluppi erotici (orgette all’insegna dell’amore libero), senza dimenticare l’altro tipo di creatura importata dal pianeta rosso: le piante maligne Nepenthes Martis, che usano la verità in brevi frasi come oggetto contundente (con la funzione narrativa che può ricordare quella dello shakespeariano Yago, o dello Smeagle tolkeniano, o col rimando al film cult “La piccola bottega degli orrori”). Tra queste apparizioni insolite che conferiscono il senso del meraviglioso(-grottesco), c’è però anche il Dodo, animale esotico mitico o almeno estinto che esula – pare, per un po’ –  dal fantascientifico per sconfinare nell’enigmatico, fin quando il lettore, quando Adam esce dall’ospedale ma si ritrova disperso al calar della notte, pensa che il Dodo versione maxi sia una versione beffarda della Morte. Non dirò ora chiaramente se è così o no, ma insisto sull’alternanza miscelata e seducente di anomalie extraterrestri, spunti sociologici non pedanti, e un po’ di sano femminismo, forse, nel delineare personaggi maschili tra balordaggine, mistero mal riposto e profilo manipolatorio. 

La presenza di spirito dell’autrice nel descrivere luoghi e sensazioni non si piega mai tuttavia verso il barocchismo ma si dimostra nell’attenzione sinestesica alle atmosfere utilizzando magari pochi tratti ma suggestivi e anche corporei: odori, suoni, luce, soprattutto varie gradazioni distopiche di prostrazione, con particolare riferimento tutto femminile agli interrogativi e agli stenti di una gravidanza trascinata, anzi due. L’intreccio di esistenze si incastrano a fatica in uno scenario punteggiato strutturalmente, tra un capitolo e l’altro, da brevi flashes di agenzia giornalistica o rassegna stampa da un mondo in vivace collasso caotico, con links concettuali a fatti noti e tratti di costume epocali, tra cui il fatidico allunaggio dell’Apollo 11, che nell’ucronia meticcia 1968-2050 sarà visibile anche su maxischermi allestiti al Circo Massimo, a Roma. Non resterà solo un riferimento di sfuggita. E i simboli della Capitale sono diversi ma l’effetto non è neanche lontanamente stucchevole, come sarebbe stato probabilmente nel menzionare i siti classici, perché vengono selezionati e sparsi in una magistrale comunanza spaziale della Roma sparita delle greggi che pascolano nelle campagne periferiche, e degli echi neo-mitici sessantottini degli scontri a Valle Giulia di cui parlò anche Pasolini.

Lo spazio temporale trova una dolcezza disperata nel superare l’ansia di incontrare un padre sempre apparso solo per sparute volte nella vita pre-Convergenza della figlia e nel generale districarsi in modo adulto tra fratture temporali e familiari con i quali il lettore non avrà difficoltà a familiarizzare al di là dell’impianto fantastico. C’è molta verità, c’è lo spettacolo della danza di due secoli, il Novecento e il nostro, in cui la ex ballerina rinunciataria Eva volteggia esistenzialmente, specie in quella che – perfino con un tratto di bombardamenti del ’43 – le risulta come “la notte più lunga” – riferimento non esplicitato, e forse non voluto, alla nota espressione del feldmaresciallo Rommel riferita al giorno dello sbarco in Normandia, poche parole che finirono per dare il titolo al saggio di Cornelius Ryan del 1959 e poi all’omonimo film del 1962, girato da vari registi e con un cast stellare. Quello della Di Fazio è invece un puzzle perfetto e un po’ bizzarro nutrito di una nostalgia non dichiarata degna di noi esiliati nei nostri indecifrabili tempi in cui circolano ancora schegge di memoria come quella del cieco terrorismo degli Anni di Piombo. Questa problematicità a cui gli umani (italiani) sono abituati e assurdamente affezionati sfocia però a livello personale (cerco di non dire troppo) in una vertiginosa difesa della nostra realtà incasinata che invece poi si piega – come da latente messaggio generale precedente – ad una resa che si può leggere come denuncia della unilaterale e tirannica (il)logica umana, che porta spesso chi non capisce a voler colpire a casaccio. Tanto per dirne una. L’apertura ad una Storia Altra è la piega fantascientifica che va oltre il materialismo e che va insieme alla suggerita origine intergalattica del Dodo, coinvolgendo il lettore in una realtà visionaria e potenzialmente delirante ma che potrebbe infine essere taumaturgica. Potrebbe peraltro venire sorprendentemente incontro al principio alla Woodstock enunciato da un giovane idealista che sotto a quei maxischermi (…), avendo seguito lo svolgersi di una pagina stravolta della Storia, insiste a dichiarare che “tutto ciò che ci serve è amore”. 

Dall’inizio underground berlinese un po’ cyberpunk con l’inseguimento del drone nel buio e nel fango, passando poi attraverso l’intreccio socio-familiar-spionistico, fino alla svolta sovrannaturalista cosmica in cui però in fondo il mutamento si spera non sia neanche così drastico, il romanzo d’esordio giustamente premiato col Premio Odissea di Elena Di Fazio è avvincente e denso di sfaccettature dolce-amare che ci parlano in modo diretto.

Diversamente dalla preziosa cerebralità stilistica di classici dello stesso genere quali “La macchina della realtà” di Gibson e Sterling, il romanzo della Di Fazio, pur nella voluta frammentarietà postmoderna che corrisponde alla complessità del reale comprese le relazioni familiari, “cuce” bene i lembi del Fantastico e del nostro mondo riconoscibile, tanto che ritroviamo a livello di critica sociale il legame combustibili a petrolio – smog (Marte viene trivellato). Ci capita, da lettori, di attraversare la Città Vecchia e quella Nuova (quasi strizzando l’occhio a “La città e la città” di China Mieville), e di incontrare elementi di entrambe le sponde temporali: telefoni a disco e workshop, una Panda prima metà anni ’80,

cloud e… la sintesi fantascientifico-pop della ItalCola, sintesi a cavallo tra americanismo e autarchia da Ventennio. E poi c’è questa Roma che anch’essa tra i vari sussulti della Convergenza mostra non i veicoli volanti della tradizione cyberpunk (dato che pare che questa evoluzione non ci sarà…) ma autostrade a sei corsie, passando poi – in questa insolita versione dei viaggi nel tempo – non solo alla Baraccopoli Tiburtina ma perfino a zone bucoliche di molto antecedenti, presso l’Aniene (Ponte Mammolo). Sulla nostra contemporaneità di lettori vien fatto invece balenare, di base, il timore delle conseguenze di una mancata lungimiranza: nessuno, nell’universo narrativo di “Ucronia”, aveva previsto il cataclisma temporale e i suoi effetti sul web. Se poi esiste un “allarme droga/tecnologia”, ecco che la doppia dipendenza impregna tutta la distopia.

Le durezze del primo capitolo poi, al di là dell’ambientazione, riemergono anche più pulp, senza fare sconti, a carico di altri personaggi, a rimarcare che questa vicenda non è una commedia, ma che è una complessa proiezione su un periodo che il Prof. Russo definisce “pericoloso”. E mentre appunto una buona parte della storia si snoda tra occupazioni e irruzioni, manifestazioni e repressione, e i legami tra i personaggi, oltre che familiari, si prolungano nel genere post-spionistico, veniamo invitati a riflettere sull’increscioso rapporto dialettico tra movimento di protesta e uso di droghe (interessante il legame suggerito tra la sostanza psicotropa costituita dalle lattiginose lacrime di nanuq e la connessione al web tramite neuro-modem: entrambi, specie se usati insieme, producono un senso di comunione olistica (il pensiero di chi legge può andare a “L’ecologia della mente” di Gregory Bateson), pericoloso in caso di eccessi, come nel caso della studentessa filippina Kim. A questo proposito viene da ricordare uno dei migliori prodotti dell’impegno politico di Jean Luc Godard: “La cinese”, in una scena del quale l’accesa protagonista incontra in un tragitto in treno un noto filosofo attivista (che già aveva subito un arresto e un processo per il suo sostegno agli indipendentisti algerini) ricevendone una critica teoretico-dottrinaria e un ammonimento contro l’uso della violenza nella lotta politica.

In “Ucronia” seguiamo al proposito due diversi modelli di comportamento: la consapevolezza e, pare, il distacco informato di Eva, e l’avventatezza che diventa un po’ disorientata, da vittima designata, di Angela. E tuttavia lo schema, pur riconoscibile alla lunga, è credibile e non prevedibile. Ma poi c’è anche la disgustosa e infingarda figura di Nixon a far capolino nelle notizie flash, senza smentire sè stesso. 

Lo stile della snella ma forte Eva fa da contrappunto alla vicenda, ma la sua femminilità non certo inerme (si veda l’incontro con l’ambiguo Prof. Russo, il corrispettivo ben più discutibile di quell’Herbert Marcuse, sociologo della Scuola di Francoforte nonché, nel Dopoguerra, nume tutelare teorico della Controcultura un cui passaggio viene citato in epigrafe) è capace di “smontare” l’impossibilità dei paradossi temporali al cospetto del padre coetaneo, ma deve anche in qualche modo confrontarsi col topos principe degli incubi di ogni donna: la gravidanza anomala (sua? Mmh, niente spoiler!) Il tema della ibridazione (cronologica o ucronica) si collega a una inseminazione e innesca quindi un’invasione. Se i nanuq inoffensivi chiedono e ispirano affettività (e magari per questo piangono), un feto che gli assomigli è riconducibile al parto mostruoso. La questione della sua origine e di quella del Dodo (al di là del magistrale e possente brano musicale omonimo dei Genesis del loro disco più sperimentale e contestato, “Abacab”, 1981) creano la vertigine che trascina inesorabile nella lettura della seconda metà del romanzo, facendo riflettere, tra l’altro, su quanto possa essere autentico anche il sentimento di chi si ritrova calato in un’identità anomala senza esserne consapevole (Adam). Il nucleo originario va infatti rintracciato lontano, e il mistero si trascinerà fino alle rivelazioni finali e decisive (ma già il Prof. Russo sapeva abbastanza…): la SF s’impone con un intervento di entità (nei flashback di ricostruzione degli eventi) e relativi mutamenti di forma, che richiamano alla mente alla lontana vari antecedenti illustri, da “La cosa” di Carpenter a “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, da “La moglie dell’astronauta” di Rand Ravich a… l’episodio omerico del cavallo di Troia, pur senza ovviamente coincidere con nessun modello. Il segno che lascia questo romanzo, come detto, è quello di una certa nostalgia disincantata, che bada alla completezza dello spettro cromatico-narrativo, pur lasciandoci con una apertura, difficile sulle prime da accettare (soprattutto per… il Colonnello), verso l’ignoto di una Evoluzione che potrebbe, chissà, essere una riproposizione (cosmico-meticcia?) di quella Woodstock che per Vittorio era molto molto meglio dell’Italietta. Anche questa volta sarà solo un’illusione? Dipende da quanto ci si ostini a lottare per l’Umano così com’è… (conosco varie persone che in effetti tifano per l’Alieno o l’Altro) ma intanto l'”Ucronia” di Elena Di Fazio è solida, nella sua poliedricità e meritava senz’altro il Premio.

il7 – Marco Settembre
sab 19/11/2022 5:08

Woodstock

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