Recensione del racconto “Ginepraio” di Giovanna Repetto

in Approfondimenti/Articoli/Cyberprog7/Libri/Recensioni/Rubriche da
  • Questa è la quinta parte della maxi-recensione che ho scritto per l’antologia di fantascienza italiana “Il Fiore della Quintessenza” –

Giovanna Repetto ormai è una superstar del circuito nostrano della Fantascienza e non solo, e però, essendo persona posata e responsabile, non ci irretisce e sgomenta con abissi sepolcrali maleodoranti, esplosioni fracassone hollywoodiane, e parolacce urlate a cavalcioni di un razzo sovietico, ma piuttosto dispiega la sua grande arte del Fantastico in forme vivaci ma profonde, che affondano le radici, è il caso di dirlo, nella psicologia, nella memoria, negli affetti familiari, ma anche nella Natura.

Un ginepro

Questo suo “Ginepraio” è ingegnoso fin dal titolo, che forse è stata la scintilla ideativa iniziale, chissà, magari per un input del curatore, che aveva in testa questo come uno dei sottotemi da toccare; potrà dircelo lei, che intanto, anche se dà vita a personaggi di tutti i tipi, sfigati o autoritari, sfuggenti o ciecamente persecutori, seducenti o segnati da tragico destino (mi riferisco al suo imperdibile classico “Il Nastro di Sanchez”, di cui è in programma la mia recensione su queste bande web), di questi tempi ci pare abbia una particolare attenzione verso la rivivificazione delle avventure infantili o adolescenziali, propensione sacrosanta e tenerissima a cui lei in questo caso ha conferito un esemplare ed enorme multidimensionalità costruendo una storia in cui la giovanissima protagonista non si lascia prendere né sottogamba né come un pacco postale. Quindi se costei può far valere, come dico anch’io, un minimo “potere contrattuale”, lo fa senza parlare, lo sciopero comunicativo di chi è tanto indispettito da non aver neanche più la voglia di articolar parola o discorso – e nella comedie humaine capita infatti anche questo, ma io personalmente mi impegno sempre a costruire col linguaggio argomentazioni oggettive e oneste anche quando mi verrebbe voglia di sfasciare in testa all’interlocutore un vaso di begonie, perché ritengo sia fin troppo facile rifugiarsi nel mutismo (come gli emeriti imbecilli che a scansioni regolari nel 2021 e inizio 2022 mi hanno fatto telefonate anonime di m. senza spiccicar parola, cavernicoli che non sono altro, e ho una chiara idea di chi possa essere: A.) e chiaramente non mi riferisco alla bambina, che ha tutto il diritto di mettere il broncio, che le si addice in quanto minorenne non proprio attrezzata in termini di retorica – o mettendo in atto tanti simpatici trucchi da piccola-peste-che-ha-ragione , e dico “piccola peste” perché nel confronto con l’altera zia che va a prelevarla d’autorità dal collegio sembra questo il modo in cui la bambina possa essere vista. Eh sì, perché il lettore pensa: “Ma come?? Lei già è stata abbandonata lì dalla mamma (!?!), e la si vuole anche trattare con freddezza (temendo magari che lei, secondo le più vetuste e bacchettone mitologie del convento, voglia andare a fare la ballerina? (Anche mia madre da ragazzina ci fece i conti). Non sarà che la zia non s’era mai vista prima perché era stata in manicomio invece che in convento? La piccola non dovrebbe certo andarci di mezzo“. Ebbene, è vero che, come so bene, il destino si accanisce, a volte, ma narrativamente mettiamoci una pezza! 🙂 La Repetto lo fa portando avanti una doppia costruzione del personaggio, in una situazione di convivenza a due in situazioni di emergenza di cui ci sono molti precedenti – tra cui l”AI” del formidabile Steven Spielberg, con il giovanissimo figlio artificiale rimasto senza famiglia e guidato in modo un po’ improprio da un occasionale compagno di peregrinazioni che di professione fa il post-gigolò – ma che l’atmosfera da realismo magico (nobilissimo genere letterario che va fatto ascendere alla tradizione sudamericana di Marquez e di Borges e altri, e agli italiani Landolfi, Bontempelli, etc), con l’inclusione del ginepro parlante… ci rende viva, coinvolgente e preoccupante. Con i colpi di scena, prima negativi, e poi portatori di notevoli e toccanti rivelazioni, che ci offrono la dimensione di un sacrificio rimasto segreto per lungo tempo, con l’attesa, la dedizione, e la necessità di dover dissimulare – tutti elementi che increspano di stress la vita che invece è una e andrebbe goduta senza il gravame di ombre – assistiamo alla fusione dell’elemento naturale, come dicevamo ricorrente nelle opere dell’autrice, con le suggestioni quantistico-trascendentali (si procede quindi in un crescendo immaginifico-scientifico, dopo i precedenti riferimenti religiosi e all’”amico immaginario”); la sensibilità della bambina per le piante non è dunque solo un’allergia ma, appunto, ha radici sia familiari (l’incitamento-tormentone che non riveliamo per evitare gli spoiler induce alla lacrima, e diremmo che fa bene e che è effetto raro e prezioso in un’opera di fantascienza) che metapsichiche cosmiche: esiste un magnetismo vegetale. E certamente sin da ragazzo ho sempre avuto il dubbio che, al di là della mia socievolezza naturale che mi portava a entrare in rapporti sportivi e/o buffoneschi con altri miei simili, fosse anche appagante ogni tanto l’escursione personale in qualche boschetto vergine nell’hinterland vicino casa, vastissimo, non lontano dalle campagne attorno all’archeologica Appia Antica, a Roma, per avere altri tipi di confronti forse più meditativi – con pioppi, abeti, felci o rovi – come quelli che cercavano Goethe o Beethoven nelle loro passeggiate campestri soft-teutoniche 🙂 , perché le piante hanno una loro vita apparentemente inerte ma che può confortare o invischiare, nei “dialoghi” più stretti, e infatti quelle mie peregrinazioni avventurose, per lo più solitarie (tranne un paio condotte col mio amico di allora, che su mie indicazioni mi fotografava) si snodavano tra effluvi vagamente marcescenti, coperture traspiranti e umbratili, e indefinite presenze ronzanti di vari gradi di umidità e di fotosintesi clorofilliana eccentrica, il tutto a costo di ritrovarmi a districare i miei atletici e pugnaci arti, come un esploratore dell’Ottocento, in dedali vegetali ostili che richiamavano il Joseph Conrad del celebre “Cuore di tenebra” che ha ispirato l’ancora più straordinario film di Francis Ford Coppola “Apocalypse now”, mentre il mio resoconto letterario stralunato delle esplorazioni nell’hinterland selvaggio e di qualche sobborgo ad esso collegato è rappresentato dal mio racconto lungo “Spedizione improbabile”, ancora inedito ma collocato nella mia programmata terza antologia personale, dal titolo “Tutto in notturna”. Ma tornando al magistrale racconto della Repetto, oltre al magnetismo vegetale di cui sotto-sotto siamo in molti ad essere oscuramente consapevoli (alludevo a questo quando, intorno al 1988, avevo elucubrato la gag “Le piante!..”, battuta recitata con voce volutamente incrinata da una visionarietà alienata, e accompagnata da un gesto “infiorescente” della mano destra, che curvava le dita in un moto avvolgente e liberty che non si sapeva dove potesse andare a parare 😀 ), e del cui spazio negli animi umani sensibili l’autrice ci parla così: “Certo non aveva nessuna intenzione di rivelare alla zia quanto fosse invece salutare per lei stare con il suo ginepro, toccarlo e annusarlo, e chiudere gli occhi per farsi trasportare in un mondo di sogni. Era un segreto da custodire gelosamente, la sua unica forza nascosta“, veniamo informati anche dell’esistenza di stargate (si veda il film omonimo di Ronald Emmerich del 1994), porte d’accesso dalla funzione cosmico-rituale, forse, ma in versione naturalistico-poetica (cambia anche il linguaggio rappresentativo scelto da Giovanna, che dimostra così ancora una volta la sua plasticità nel rapporto con la lingua e con il ventaglio di narrazioni, dalla fantascienza al noir e oltre. In questo caso, il flusso di coscienza non alla Joyce ma metapsichico e oltreumano è reso col ricorso alla pesia, di cui questo è un significativo estratto: “(…) voci senza suono/fantasmi di parole/io sono noi siamo/menti espanse/corpi disaggregati“). Restano degli interrogativi, naturalmente, e di passaggio si può notare come, quando le parole diventano fantasmi nella realtà le menti siano piuttosto ristrette, e non espanse – mia considerazione personale extradiegetica, però anche la protagonista di “Ginepraio” teme i contrabbandieri e soprattutto i “i framassoni che rapivano i bambini per torturarli e convertirli all’adorazione del demonio. Si trattava di questo?” – ma un importante sacrificio, come già accennato, però… rinnovato, dimostrerà come fantascientificamente si possano meglio mettere a punto in futuro strumenti per controllare quei processi che – la citazione non è casuale – il Maestro del brivido Dario Argento avrebbe anche in questo caso chiamato “Phenomena” come uno dei suoi più celebri film, anch’esso con una adolescente come protagonista, la quale ha facoltà non comuni che aggiungendosi a un suo fascino acerbo la mettono in connessione olistica con forze e creature che il pensiero mainstream e piccolo-borghese mai e poi mai metterebbe in relazione con una giovinetta.

Fotogramma dal film “Phenomena” di Dario Argento

A proposito del manicomio, non volendo rimproverare alla bambina l’errore nel suo caso splendidamente grossolano di accusare gli altri di essere matti – semplificazione originale ma perniciosa che di norma vuole sostituire la delusione per qualche più o meno apparente incongruità umana – la “zia” le dice: “È una faccenda complicata, poi ti spiegherò”. Ok. 🙂 In effetti, ciò di cui spesso si sente la mancanza è il tempo e la perizia di qualcuno che spieghi come la realtà a volte – certo, non sempre – sfugge alla canonica banalità che le è propria, dando luogo a situazioni e casi che vanno compresi con una certa disponibilità verso la complessità e con un’ampio ricorso all’empatia. Servono spiegazioni, per fermare la giostra della superficialità e delle reazioni di aggressività spicciola coatta, i “gineprai” più spiacevoli, e la lettura offre in casi come questi la possibilità di vivere altre vite compenetrandosi sia in esse sia in significati ulteriori, non scontati e di una profondità che però non è solo una costruzione fantastica come il simpatico “amico immaginario”, che pure ha la sua funzione se non se ne abusa. Quello di Giovanna Repetto è davvero un bellissimo messaggio, che ci viene “spiegato” con una narrazione suggestiva e di indubbio spessore.

il7 – Marco Settembre

Uno stargate da salotto. 🙂

Ultimi da Approfondimenti

Vai a Inizio