Recensione del racconto “Paradrama” di Tea C. Blanc

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  • Questa è la settima parte della maxi-recensione che ho scritto per l’antologia di fantascienza italiana “Il Fiore della Quintessenza”

Oooh, qui, poi, con “Paradrama” della Tea C. Blanc le coordinate metadimensionali quasi si perdono a favore del contesto sentimentale, anche se non soft core ma calato in un copione da fiaba. L’autrice si impegna a non renderlo prevedibile e forse non ci riesce del tutto, ma intanto la lettura è piacevole e ogni lettore si augura che certe cose vadano ancora per il verso giusto. L’epigrafe iniziale e gli intermezzi in cui di volta in volta si ripete la struttura ma si aggiunge qualcosa cercano di conferire gravità a una vicenda sospesa tra un presente normale di provincia e i retaggi di un passato da conservare (un prezioso borgo da valorizzare) e tramandare, senza dar troppo peso ai semplici “turisti della domenica” anche se un po’ di marketing non guasta. In ottica extradiegetica il tema permette di conferire un certo colore locale, cioé italiano, alla Fantascienza che, finché l’abbiamo conosciuta in fase di formazione e finché ha costruito quand’eravamo più giovani il nostro immaginario, è stata saldamente in mano anglosassone. Le cose sono ormai cambiate e ancora sembra un sogno a occhi aperti, grazie all’opera di divulgazione di alcune nostre personalità e a una nutrita schiera di autori di grido del tricolore. Tornando al racconto, la mentalità da borgo medievale, portata come un vessillo dalla ancor giovane protagonista, amministratrice della contrada, la portano a considerazioni che lasciano un po’ interdetti: davvero lei non crede alla tecnologia del “Paradrama”, accomodamento semantico più compatto e fantascientifico per “parallelodramma”, e anche alla tecnologia ormai cheap come il computer, perché possono essere usate per “fare i cretini”? Io sarei senz’altro d’accordo, considerate certe derive comportamentali che meriterebbero sanzioni o l’imposizione di una sorta di guinzaglio digitale, per chi straparla o viceversa si chiude sdegnosamente per futili motivi, ma, non avendo conosciuto direttamente la castellana, non vorrei che sotto-sotto, non fosse tanto ingenua e in fondo pensasse che ha un po’ ragione la sua amica Lara, che ha rotto i rapporti col suo promesso sposo per poter “allargare la sua prospettiva”; eviterò naturalmente i volgari doppi sensi che non fanno parte del mio costume, ma le mie esperienze mi invitano a temerli, ovvero a temere che si dica il contrario di ciò che si pensa per far cadere in botole del castello il viandante o il cavaliere. È un po’ il fascino degli intrighi castellani, iniziati sicuramente già in epoca feudale ma poi sviluppati in maniera pervasiva nel Settecento, nelle società di corte (si veda il saggio omonimo di Norbert Elias), con un quoziente sempre crescente di malizia e addirittura perversione (ricordiamo ad esempio un film come “Le relazioni pericolose” di Stephen Frears – tratto dal romanzo di Choderlos De Lacros del 1782 – e che si giova delle interpretazioni magistrali, ancorché moralmente riprovevoli sotto il profilo appunto dei modelli di comportamento rappresentati, di Glenn Close e John Malkovich): mostrando all’opera, contrariamente alla vulgata politically correct in senso femminista dei nostri giorni, che non è mia intenzione confutare, donne altrettanto prevaricatrici e manipolatrici degli uomini (ciniche cortigiane conoscitrici dell’animo umano e delle debolezze insite nei sentimenti, nonché personaggi femminili fondamentalmente integri e fedeli ma che infine per loro fragilità strutturali si lasciano irretire contravvenendo anche loro alle norme di fedeltà e correttezza salvo poi provare cocenti rimorsi e morire di crepacuore).
In un mio vecchio articolo risalente agli inizi della mia “carriera”, datato 1/4/2008 e dedicato alla seduzione, scrivevo: “(…) oggigiorno ci si aspetterebbe un risanamento ecologico anche delle relazioni umane, specie tra individui che ambiscono ad un congiungimento carnale reciproco dopo prolungate e deliziose prese in giro reciproche. Tuttavia è arduo prendere provvedimenti efficaci quando anche i moralisti più fasulli si lasciano volentieri invischiare in un gioco balordo che prevede che ciascuno dei due tenti di condurre con sè/a sè l’altro (se ducere) dissimulando ciò a singhiozzo, con ritrosie ed irrigidimenti imbronciati i quali a loro volta nascondono mostruose impuntature (…). La seduzione infatti non riguarda mai la natura ma l’artificio, pertiene all’area del rituale. Una congiura di segni, ammiccamenti e mossettine o anche la calcolata assenza di tutto ciò, almeno finché non ci si scatena in ascensore durante la pausa pranzo“.
Citavo anche il filosofo Baudrillard, dicendo che, da cacciatore di simulacri più che di androidi alla Philip K. Dick, e in generale di simulazioni, si era avveduto tra i primi che “i valori della perversione sono divenuti promozionali”.

Ma proseguendo nel racconto della Blanc si assiste per la verità, in un gioco della seduzione mantenuto in binari controllabili, solo a manifestazioni di coerenza della giovane, che prova “diffidenza per chi si trova invischiato in realtà alternative” (in senso sentimentale, credo, fuor di metafora SF 🙂 ), e si lascia corteggiare sì, ma secondo un canovaccio rigido, andando “coi piedi di piombo” di qualche armatura. 🙂 Il problema è la discendenza e il fatto che, come me, la protagonista Bianca Degli Angeli (già il nome ispira purezza) a furia di non accontentarsi rischia di restare da sola, come le fa capire chiaramente il classico personaggio da commedia della matura cuoca, che spinge con tocchi di imbarazzante ironia per una relazione della sua padrona col prestante forestiero. L’andamento comunque, con le schermaglie dialettiche via via più serrate, è prevedibile, tuttavia questo può essere un tratto narrativamente rassicurante e vintage, imparentato coi modelli narrativi della fiaba (si veda Vladimir Propp) e del racconto popolare folkloristico, ma il finale – pur non avendo mi pare nulla in comune coi testi del disco “Drama” degli Yes del 1980, e forse è un peccato pensando a “Machine Messiah” e a “Tempus fugit” – si solleva verso una miscela di fantasy vagamente bretone – con i Sassi di Matera virati in una versione di Stonehenge, che lasciano presagire la scaturigine di forze non proprio totalmente di questo mondo, che però non vengono mostrate, restando in un suggerito fuori campo letterario, stavolta, e non cinematografico.

Stonehenge is a large henge or stone circle in Wiltshire, and an internationally recognised travel destination. Huge standing stones were dragged to the site and placed in the landscape in the era 2,500 BC. It is a UNESCO world heritage site.

E le premesse misteriose poste in epigrafe al racconto coll’altrettanto evidente riferimento alla partita a scacchi tra il Cavaliere e la morte (mi rifiuto di scriverla in maiuscolo!) ne “Il settimo sigillo” di Bergman che indicano come il significato non risieda, come sembrava, nel valore delle pietre , ma in… tutto il fotogramma, come ben sa chi ha studiato cinema come il sottoscritto. Peraltro, l’era contemporanea, con il concatenarsi di distopie a cui stiamo assistendo tra lo sgomento e l’incaz.ato, non è poi lontana come spirito distruttivo (segnato anche da ansie millenariste) da quello medievale, mutatis mutandis, e anche nel paradosso di poter contemporaneamente disporre di conoscenze e tecniche avanzatissime che si traducono anche in un discutibilissimo toccasana contro le angosce di morte come Tik Tok. Giocare una partita a scacchi con la fottuta morte è, anche nella versione-spot offerta dalla Blanc, un’immagine potente, angosciante, ma a suo modo anche esplicativa della inadeguatezza umana rispetto a un rebus in cui noi stessi, anzichè essere esterni, siamo inseriti con le nostre seduzioni, le nostre prove intellettuali, e anche le dimostrazioni (altrui) di cretineria: la giusta chiave è persa, ma lo sforzo che si compie, da soli o meglio in coppia, per districarsi, rappresenta in sè l’apertura al più originario e prezioso senso della vita.

Nel racconto, lasciato pudicamente nebuloso il finale, va lodata la simbologia, non originalissima ma ben incastonata, e il messaggio di “mostrarsi per quel che si è”, anche se non necessariamente come “donna d’altri tempi”, nel senso di spacciare come avveniristica una credit card. Ma è solo una battuta, e non è tanto la mia quanto quella dell’autrice, che ha trovato brillantemente il modo di coniugare i suoi interessi letterario-culturali (e non solo) con la necessità posta dal curatore di mostrare come le altre dimensioni facciano capolino ovunque tessendo molti piani paralleli non solo nel nostro presente condizionato dai futuri possibili in campo energetico o della robotica o della ingegneria genetica, ma coinvolgendo anche il modo in cui il passato della Storia e quello nostro personale sopravvivono e ci accompagnino con effetti conturbanti o dolceamari. Una cosuccia come una carta di credito, anche se necessaria, di certo può essere quindi, per quanto riguarda i principi del suo funzionamento nelle correnti magnetiche cyberpunk 🙂 , qualcosa che finisce sullo sfondo della coscienza e in basso nella lista delle priorità quando si deve intanto vagliare l’affidabilità di un pretendente e scrivere racconti di una Fantascienza che saltella agilmente nella foresta dei secoli.

il7 – Marco Settembre

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