Recensione del racconto “Pianeta Viola” di Nino Martino

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  • Questa NON è l’ottava puntata della mia recensione per… 😀

Ah, no, niente, non serve, si capisce lo stesso anche senza dirlo, perché questa è la recensione di un racconto contenuto nell’Urania Millemondi di questa Estate 2022. Poi per il resto vedremo, ché dato che si sollevano dubbi sulla professionalità mia, ma anche di Draghi (poco comunista! 😀 ) e Franceschini (poco voltagabbana! 😀 ) da una parte, e di Philip K. Dick (troppo visionario!) e Valerio Evangelisti (troppo duro!) dall’altra (e che vi siano menti semplicione che difendano la loro banalità e pretendano di vederla anche dove non c’è, in modi un po’ grezzi e molesti è un fenomeno che fa parte del panorama umano e che alla lontana ha a che fare con il Male di cui parla Hanna Arendt nel suo noto saggio), tanto vale allora da parte mia rompere ancora di più gli schemi pur continuando a condurre analisi, al meglio che mi è possibile, sui lavori dei migliori colleghi.

Copertina del nuovo Urania Millemondi – Estate 2022

E dunque, stavolta, pur senza contrappormi minimamente alla vague sci-fi-femminista che in buona misura domina il solito ottimo volume stagionale curato dall’impareggiabile Franco Forte, tanto più che il giusto orgoglio femminile che si accompagna ai brillanti risultati narrativi delle scrittrici non diventa mai prevaricante alla rovescia, ebbene nonostante ciò la mia attenzione è caduta sulla prova letteraria dell’esperto quanto simpatico (evviva!) Nino Martino, già professore di Fisica e celebrato autore di opere che hanno avuto una certa risonanza nel panorama fantascientista come “Errore di prospettiva” (vincitore del Premio Odissea), il sequel “Irene”, poi il terzo atto della trilogia, ovvero “Blu è il colore del tempo”, e il racconto lungo “A coloro che verranno”, uscito nella collana Atlantis di Delos, dedicata al solarpunk. Ce n’è abbastanza per far afflosciare le ginocchia anche al giovanotto più spaccone (sarei io, questo? 😀 No, onestamente mi pare di no).
In questo racconto, strutturato rigorosamente in capitoletti, il prof. Martino fa parlare in prima persona un apparente anti-eroe, un apolide dello Spazio ormai da molto tempo, prigioniero della sua routine, a sua volta coniugata strettamente a speranze piuttosto sottili, una condizione che accomuna molti che procedono nella vita per forza d’inerzia, e un personaggio che quindi attira la simpatia e l’immedesimazione del lettore medio, ma anche di quei lettori che non si lasciano facilmente sedurre da supereroi sparatutto che fanno saltare il banco e che non hanno né macchia nè paura (o forse sì, ma raccontano balle) e si aggiudicano sempre le bamboline al luna park nelle sparatorie dentro le astronavi in avaria . È vero forse che una Fantascienza del genere, considerabile un po’ ingenua ormai (l’ho vivacizzata appena un po’ nella frase precedente 😉 ), è tramontata, ma comunque Martino dimostra di essere non solo al corrente di ciò e quindi delle nuove sensibilità che si sono affermate nel genere con l’avvento del Postmoderno (quindi da decenni), ma di essere anche sincero nel dare corso a questo tipo di impostazione. Questo risulta evidente non solo dall’asciuttezza o sobrietà con cui, attraverso i tratti iniziali, poi ribaditi, l’autore ci presenta il suo personaggio, ma anche per altri due aspetti: per come mostra il difetto di costui di essere poco sensibile al tema della ricerca spaziale di nuove forme di vita – lui che professionalmente deve e sa concentrarsi solo nella ricerca di metalli di valore nei pianeti che visita con la nave spaziale su cui lavora – ma anche per come fa trasparire la sua perplessità verso le disposizioni comunicative a cui viene sottoposto e le quali, sotto forma di messaggi personali più o meno manipolatori, gli richiedono di aderire a un sistema di valori incentrato sul concetto di una Libertà a pagamento a cui alcuni sfortunati gruppi umani – le popolazioni sfruttate del Congo – devono sottomettersi accettando di condividere col mondo “civilizzato” le loro pochissime risorse, come risulta nel testo. Sono, questi, argomenti su cui si può dibattere a lungo cercando di prendere in esame tutti i dettagli e la trama delle complessità socio-economico-politiche, ma di certo fa benissimo Nino Martino, seppur con questi pochi tratti satirici, a farci riflettere sul fatto che a livello valoriale ci sia qualcosa che non va, e non parlo solo del modello occidentale, nè solo della dimensione macro ma anche al livello minimo, micro, delle relazioni umane. L’essere umano è ambiguo, e anche cercare a tutti i costi di andar d’accordo con tutti può diventare una scelta innaturale o che rischia di scontentare chi nelle contese ha ragione. Restando al tema dell’economia e dell’industria, oggi alcune destre criticano l’opzione delle auto elettriche per il problema di dover elaborare sempre in modo industriale e non “pulitissimo” i materiali che permettono di costruire le batterie, ma intanto è chiaro che se le stesse destre si fossero lasciate convincere già negli anni ’80 a occuparsi delle politiche ambientali forse oggi non ci troveremmo a questo punto. La divagazione mi pare pertinente perché il protagonista del racconto, al di là della sua condizione esistenziale certamente non eccelsa e anzi alienante, è però un addetto all’estrazione, da pianeti ignoti, di materiali utili all’industria terrestre.
Nino Martino peraltro conduce i primi capitoli con la mano sicura dello specialista di scienze “dure” e quindi utilizzando un armamentario terminologico da chimico e fisico, facendo collocare perciò il racconto, a prima vista, nella Fantascienza hard; e invece no, questa è anche e soprattutto letteratura speculativa, una SF matura, perchè, come detto, sono presenti anche altri temi: oltre a quello satirico sulla Libertà obbligatoria, di cui abbiamo già accennato, ce n’è un altro che si potrebbe pensare che sia provocatorio e in conflitto col fantafemminismo che giustamente ha ottenuto i suoi spazi. Questo tema invece è funzionale alla storia, perché mette sotto pressione il protagonista: lui ha una Elena che lo aspetta sulla Terra ma che non è e forse non può essere solo paziente e inerte, e viceversa è attraversata – forse da sempre – da “voglie” a cui minaccia di dar sfogo con altri partner di entrambi i sessi. Ecco quindi come l’autore problematizza la vita del protagonista e tematizza le armi psicologiche femminili: non concedendo però spazio solo all’erotismo (presente nella narrazione ma assente nella vita dell’astrotecnico) ma anche alla verosimiglianza delle relazioni: lei non lascia lui, solo nella speranza che una volta o l’altra il partner eternauta abbia il chimerico colpo di fortuna e realizzi il “colpo grosso”. Al tempo stesso, l’istanza critica permane, perchè tra le varie comunicazioni più o meno olografiche che il protagonista deve visualizzare c’è anche quella di un altro personaggio femminile, una presentatrice giornalista la quale, nel notiziario trasmesso per via ologrammatica, compare nuda, percorsa da tatuaggi allusivi, e ansiosa di dimostrare di essere molto disponibile, mentre en passant snocciola anche lo spot di un succo energetico. Forse qualche psicologa sua amica potrebbe prescrivere a costei una terapia d’urto a base di urti sessuali, ma più probabilmente si tratta di illusioni a uso e consumo del pollo di turno, che se peraltro è in missione su un pianeta viola è difficile che possa assolvere anche al tipo di funzioni richiesto dalla signorina ultra-professionista della Comunicazione – a pagamento come la Libertà. Tuttavia, queste sono mie note da burlone, perché il sottotema nel racconto ha uno spazio limitato anche se viene ribadito brevemente nei momenti opportuni. Quel che più conta è il magistrale worldbuilding, la costruzione narrativa coerente di questo mondo lontano nel tempo e nello Spazio e della situazione specifica, che ispira sense of wonder nel lettore, ricordandoci che in fondo – e neanche tanto in fondo – si legge Fantascienza anche per sollevarsi ben oltre le miserie terrestri quotidiane, con la gente che non si capisce o non si vuole capire. Il legame con le questioni dell’umano e dell’assurdo umano, è giusto che vengano mantenute anche in questo nostro amato genere letterario, come anche le considerazioni heavy, dal punto di vista dell’economia spicciola, sulle “volomacchine a celle fotovoltaiche incorporate nella vernice metallizzata, assolutamente ecosostenibile” che il protagonista non avrebbe mai potuto permettersi, ma quando si parla di pianure sterminate e di nuances viola, con chiazze che sembrano d’acqua, e si spiega che il colore sarebbe provocato da un manto unicellulare, ci troviamo di fronte a uno di quei casi, come nel film “Oblivion”, di Joseph Kosinski, starring Tom Cruise (che recensii al tempo della sua uscita nei cinema), in cui il panorama sterminato diventa l’equivalente, da Terzo Millennio e oltre, della poesia, di cui permane il bisogno anche se in forme aggiornate e adatte al tempo mezzo fluido mezzo ruvido che ci sta slittando perfidamente sotto ai piedi tra rincari delle bollette e perfetta asetticità del digitale.

Fotogramma da “Oblivion”

Ecco che allora la sapienza di Nino Martino procura a questo versante ineffabile della narrazione un altro aspetto, che è anche più ricercato: il riferimento alla musica classica di Šostakovič, con accenni alla strumentazione orchestrale, tutti elementi culturali fortemente sconsigliati se noin proprio proibiti, in quel lontano futuro, in cui viene invece sollecitato il consumo (è il caso di usare questo termine) della musica piattamente “liberatoria” (si noti il ritorno del concetto di libertà coatta) di un performer probabilmente senz’anima di nome “Infinity”. Io che sono un cultore dell’equivalente della musica classica e d’avanguardia nel rock, ovvero il Progressive, non posso non essere d’accordo col prof Martino. Le scene della discesa del protagonista sul suolo del pianeta sono ancora – a proposito di musica di livello – contrappuntate da altre trovate pubblicitarie che cercano di persuadere all’uso di certi prodotti considerandoli come sostegni alla propria personalità, e da ulteriori prove sfacciate del fatto che Elena (ne conobbi benino anch’io una, sportiva acerba e piuttosto inaffidabile, ma graziosa… 🙂 ) effettivamente “si arrangiava” in assenza del suo compagno. Ma poco oltre si arriva al nucleo della storia: il primo contatto che contrassegna tutta l’antologia. Mentre il quarto e ultimo movimento di uno dei quartetti d’archi di Šostakovič risuona col suo adagio, il paesaggio si anima, perché moltissime forme nere, che sembravano essere solo parte statica della conformazione cromatica della superficie del pianeta, si sollevano in una specie di stormo, e dando quindi sublime completezza alla poeticità della scena. Martino a questo punto introduce un altro aspetto che si distacca dalla hard SF: il ricordo del protagonista del padre e di sè bambino che assistevano appunto a uno di quei voli puntinistici (mi riferisco alla nota e storica tendenza pittorica impressionista di fine Ottocento) che andavano a comporsi in modo cangiante in “una specie di piccola nube nera che si addensava, si sgranava, danzava multiforme nell’aria”. Anche il mio prof di Antropologia Culturale (delle Società Complesse) si soffermò, in un suo celebre testo, su queste bizzarre epifanie naturali che si verificavano già negli anni ’90 anche in una metropoli come Roma. Il fenomeno è un esempio di sincretismo, pare, tra l’esigenza istintiva degli uccelli a raccogliersi prima di migrare in Primavera e qualche tipo di inquietudine causata in loro dai tempi moderni, e cioè forse dall’inquinamento, e dall’urbanesimo, e che produce quel loro training collettivo. Ricordo male? Beh, a rileggere quel testo di Massimo Canevacci risulta chiaro come l’etnografia postmoderna e metodologicamente avanzata e poetica del prof lo spingesse ad attribuire significati altri e alti anche a segni urbani – in questo caso meticciati con la Natura – che assumono il valore di allegorie. Allegorie (sistemi di simboli) di cosa? Ma di una mutazione ecologica, un dolore che si manifesta in un delirio etologico, fuochi di artificio viventi sullo sfondo di un cielo morente (succede tipicamente al tramonto) – strato uno – in cui anche il nostro dio forse se la passa male nel vedere i nostri scempi. E allora ecco che il momento più naturalisticamente emozionante della giornata viene modernizzato da quest’effetto speciale para-cinematografico della computer graphic puntiforme tracciata da questi uccelli. I passanti alzano gli occhi al cielo ma poi cercano in chiave di commedia di scoccare ai propri vicini un sorriso tollerante di rassicurazione. E invece gli animali calano sugli alberi più frondosi e li rendono agitati, ali e foglie, nell’attesa del crepuscolo, che porta con sè un’ansia della Fine parallela a quella che abbiamo vissuto noi all’approssimarsi di questo Duemila che in effetti in certa misura ci ha sfondato. Questo avviene al livello centrale – strato due – ma poi la sera gli storni, sopraffatti dall’orrore vagamente azteco delle apocalissi (tipo pandemia o siccità, penso io, che forse già prevedevano), lasciano andare il loro orifizio – strato tre: il basso – e inondano di gocce di guano i parcheggi, le automobili e le strade, che se piove diventano un ambiente ingovernabile con impronta scatologica alla Rabelais e significato potenzialmente escatologico, variante grottesca del sottogenere catastrofista inaugurato dalla Mary Shelley col suo “L’ultimo uomo”, del 1826, ambientato proprio nel Ventunesimo secolo… Gli stormi dunque sono danzanti ed evacuanti, come reazione allegorica alla voracità con cui la modernità urbana ha annullato la Natura, l’ha esclusa, per poi recuperarla ogni tanto con residui, segni, certo frammentati rispetto all’immagine di un mondo armonico. Gli storni sono dunque non il riscatto del mondo naturale – idea ingenua – nè l’incombente ritorno di preistorici ma rimpiccioliti pterodattili devastatori – visione apocalittica stile “Jurassic Park” di Spielberg – ma bensì qualcosa a metà: un’immagine dialettica del rapporto città-campagna e di come anche la dualità soggetto-oggetto espone a mutazioni: la Natura non è pura ma reagisce alla prevaricante logica urbana – e questo lo dico io – dando vita a una persistente devianza ornitologica che rende concreta e scacazzante la mitologia alla Hitchcock de “Gli uccelli” coalizzati contro quello che bene o male è “Il pianeta delle scimmie” (1968, regia di Franklin J. Schaffner, con Charlton Heston), laddove le scimmie sono gli uomini che impongono una coltre di smog al pianeta, si fanno i dispetti tra loro, uccidono le loro femmine e poi però provano a colonizzare Marte.

Storni su Roma

Ora però lascio svolazzare il discorso di nuovo sulla modalità-recensione, e sottolineo come, in ottemperanza al tipico canovaccio di routine (anche cinematografico-letteraria) nell’esplorazione di nuovi pianeti, il protagonista comanda alle macchine di bordo e in perlustrazione il prelievo di parte dei materiali alieni. L’analisi dell’esemplare di quelle strutture volanti, grandi ciascuna come un pugno, solletica dapprima solo la curiosità (fanta)scientifica del lettore, ma – evitando eccessivi spoiler – vorrei accelerare quest’analisi sottolineando ancora come, a contrasto con l’impianto tecnologico e la rigidità degli scopi della missione, l’autore mostra che, anche quando l'”ondata di nostalgia” viene soffocata diverse volte per “scacciare i fantasmi” ed essere più efficienti, l’umanità infine, in chi è davvero appartenente al consorzio sociale terrestre, pur coi suoi difetti, prorompe: il protagonista cerca un secondo contatto, più immersivo, e quando gli arriva la fredda comunicazione relativa alla utilità, e anzi alla preziosità, dei dati raccolti e di quella insolita forma di vita, deve compiere una scelta, che lui assume interamente, rifiutando la mediazione delle macchine. Salverà dunque la poesia? Ascolterà le sublimi frequenze di Šostakovič? È possibile, ma la natura umana è ambigua, e quindi in condizioni di crisi può rivelarsi come contraddittoria, può rovesciare una scelta, e poi di nuovo, non sapendo più quale voce interiore ascoltare. A quel punto allora è proprio la “mistica” fantascientifica di cui si fa portavoce l’autore a restringere le opzioni salvaguardando quindi proprio l’Essenza del Bello e del Buono, che a costo di sacrifici resiste anche alle sventolate istanze di civiltà e progresso (e sfruttamento) della federazione terrestre e alle pressioni della provocante ma lontanissima (in tutti i sensi) Elena, che ai bei tempi quasi lo accusava di essere “strano”, “gentile”, “diverso”.
Scrive Martino, dando voce – intima – al suo personaggio: “Come tutti i poveracci, non ero un eroe. Volevo esserlo, ascoltavo Šostakovič e nel mio piccolo mi nilludevo di essere un ribelle. Ma ero solo uno che si meritava Elena”.
Il problema può essere inquadrabile nel settore dell’integrazione. Integrarsi nella Libertà sembra una possibilità indolore, gratuita e desiderabile. Il concetto di desiderabilità sociale delle norme deriva dal sociologo Durkheim, che in un periodo in cui si temeva l’irrequietezza delle prime masse proletarizzate nella prima fase industriale dell’Ottocento, sosteneva che esisteva una “solidarietà organica” (la stessa solidarietà che esiste tra le parti di un organismo), e che il Diritto perde il suo carattere repressivo e diviene privato, ossia lo stato lascia ai singoli libertà dai vincoli. In realtà, anche se questo stesso principio si ritrova aggiornato nel Novecento, ad opera di Talcott Parsons, esso è utopistico, perché non tiene conto della dimensione del conflitto, e del fatto che anche le nostre società democratiche occidentali non sono perfette, e che, tanto per fare un esempio, a volte chi riveste un ruolo di rilievo compie abusi sui suoi sottoposti. E dunque, cosa pensare di chi ogni tanto, pur senza essere un eroe, prova a ribellarsi a qualcosa? Chi rifiuta certe integrazioni forzate compie, come dice il freddo computer, una “scelta non (…) dettata dalla logica”. Dipende probabilmente da chi ha costruito quella logica, da come vuole esportarla con modi non proprio democratici e rispettosi delle minoranze e delle individualità, e se si può accettare di essere vilipesi da chiunque o calpestati da una divisa, e da quanto si va nascondendo dietro la coltre di ipocrisia culturale o conformismo. Meglio una logica sorretta dall’etica e dalla sensibilità.
Quale sarà dunque la scelta finale del personaggio? Si potrà salvare qualcosa? Nino Martino ci consegna una storia che solleva un interrogativo morale non a caso connesso alla bellezza, alla poesia. E la Bellezza deve comunque sopravviverci. Mantenerla è forse il vero colpo grosso. È Fantascienza? Beh, la Fantascienza è cosa seria. Leggete “Il pianeta viola” sulla nuova antologia Urania “Primo Contatto” e curate con attenzione i primi (e secondi e terzi) contatti con l’Altro!

il7 – Marco Settembre

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