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Tempi difficili. Anche per noi.

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Questa è la recensione di un’opera che è legata alla lontana al cyberpunk nel senso che ne rappresenta una profonda radice. È infatti un perfetto esempio di come la Letteratura si è potuta confrontare con le gravi contraddizioni dello sviluppo sin dalla prima Rivoluzione Industriale dell’Ottocento, quando non si parlava ancora di multinazionali ma di capitalisti e liberismo e filosofia empirista.

Il sottotitolo di “Hard times”, “Tempi difficili”, opera matura del grande Charles Dickens, recita “Per questi tempi”, ma a distanza di circa due secoli vale un po’ anche per questi nostri anni che forse un giorno ricorderemo chissà con quale sentimento… saremo ancora costretti a stringere i denti, forse per siccità, epidemie e tsunami dovuti al mutamento ambientale o li prenderemo con leggerezza dicendo “Ti ricordi di quando temevamo che i robot ci prendessero la vita oltre ai posti di lavoro? Ahah, che paurosi eravamo!”
Attualmente non ci è dato sapere con esattezza che contorni avrà il nostro futuro, a parte una certa coloritura cyberpunk, ma sicuramente abbiamo invece una ampia distanza storica per poter leggere o rileggere questo grande romanzo (come se ne scrivevano solo una volta) che ci offre uno spaccato della vita ai tempi della Rivoluzione Industriale, con ampi riferimenti alla condizione operaia, ma che lo fa non rinunciando all’appeal di una grande narrazione che, oltre a mordere con ironia la filosofia utilitarista motore del protocapitalismo aggancia il lettore con una trama piuttosto melò ma tinta anche di giallo, genere che già da allora – era il 1854 quando l’autore scrisse il romanzo – si era scoperto che fosse garanzia di successo editoriale. E la storia uscì infatti a puntate sulla rivista Household Words, di proprietà dello stesso Dickens, a cadenza settimanale anziché mensile come in casi precedenti, ottenendo un pressoché immediato e consistente aumento delle vendite.
A differenza di altri lavori del grande scrittore inglese, questa storia non è ambientata a Londra ma (prevalentemente) in una cittadina del Nord dell’Inghilterra, dal nome fittizio, Coketown, che sta appunto per “città del carbone”, quel tipo particolare di carbone che fu il combustibile primario sfruttato per le industrie e che evoca subito il ferro e quindi le ferrovie, le allora nuove linee di trasporto. Poco prima, Dickens in qualità di giornalista aveva sentito parlare di un lungo sciopero – ben otto mesi – a Preston, nella contea di Manchester e vi aveva costruito un articolo intitolato proprio “On strike” che nel Febbraio dello stesso anno sarebbe uscito sulla sua rivista. In quel caso, alla richiesta del reintegro nel salario di un 10% detratto a forza nel 1847, i proprietari avevano risposto chiudendo le fabbriche  e dichiarando il blocco delle riassunzioni finché non fossero state abbandonate le organizzazioni sindacali! Tuttavia, va precisato che solo nella parte centrale del romanzo, la terza, si tratta in maniera diffusa e profonda la questione operaia, mentre la storia ha uno sviluppo che parte invece dalla base del sistema sociale che aveva prodotto quei “serpenti di fumo”, e cioè l’ambito della formazione, di modo che l’inizio della vicenda unisce magistralmente la forte critica sociale dell’autore verso l’ideologia dominante con due suoi interessi e temi ricorrenti nella sua produzione: i bambini e la scuola.Rispetto ad un altro grande suo classico come “Oliver Twist” in cui tematizzava il problema della criminalità infantile, che peraltro noi oggi sappiamo da documenti ufficiali dell’epoca essere una triste realtà, qui in “Tempi difficili” i giovanissimi sono mostrati come alunni-“vaselli”, da riempire fino all’orlo di dettami, prescrizioni e proibizioni improntate alla filosofia dei “fatti” – parola che diviene un martellante tormentone, nel romanzo, con finalità ovviamente sarcastiche – quell’apparato ideologico sostenuto dal razionalismo imperante, dallo scientismo, e dall’utilitarismo di uno Stuart Mill, che trovavano in quegli anni uno strumento freddo e implacabile nella statistica, e che Dickens ci fa osservare nella sua cieca severità grigia, impassibile e ottusa quando reprime il suo opposto, ovvero il sentimento e l’immaginazione, facoltà che qualunque uomo dotato non dico di un’anima ma di uno spirito completo sa che sono caratteristiche fondanti della nostra specie di Homo Sapiens Sapiens e senza le quali – senza cioé amore e passioni – davvero saremmo ridotti più che mai al bellum omnes contra omnium (celebre espressione di un altro grande empirista: Thomas Hobbes, autore de “Il Leviatano”).
A resistere contro questa cappa oppressiva sul piano delle idee, che raddoppia (ed è causa di) quella atmosferica risultante nei cieli grigi, nelle acque inquinate e negli sparsi pozzi che non cessano di provocare morti gratuite), ci sono pochi giovani, che in misure diverse dovranno adeguarsi al contesto. La figlia di un circense, adottata nella casa dei Gradgrind – sotto la imposizione di dimenticare il proprio passato e considerare la propria esistenza e quindi il Tempo solo a partire dalla sua inscrizione nell’ideologico ordine borghese di quella casa – non verrà allontanata malgrado si rivelerà sempre in buona parte refrattaria a quel tipo di disciplina ma avrà un ruolo importante nel finale. I due figli maggiori di Gradgrind, invece, Luisa e Tom, riveleranno temperamenti diversi e la loro integrazione difficile in un sistema sociale che obbedisce a certe regole porterà a risultati drammatici o almeno drammaturgici proprio per le loro contraddizioni gravi, e con effetti emotivi struggenti. Fondamentali in tal senso sono i due dialoghi tra padre e figlia che hanno luogo, simmetricamente, nella prima e nella terza parte del romanzo, e che ad esso forniscono la morale complessiva. Naturalmente la parte iniziale passa anche attraverso la figura del maestro M’Choakumchild che, “assieme ad altri centoquaranta maestri, o giù di lì, era da poco giunto alla fine di un processo di tornitura simultanea, nella stessa fabbrica e in base ai medesimi principi, come fossero state tante gambe di pianoforte”; parlando di questo stesso tema, un giorno molto lontano del 1979, Roger Waters dei Pink Floyd avrebbe cantato: “Dopo tutto, siete solo un altro mattone nel muro”.
Ed i mattoni sono in prevalenza rossi, com’è frequente in UK, ma insieme al fumo colorano uno scenario soffocante: “Coketown, verso la quale si recavano Gradgrind e Bounderby, era un trionfo di fatti: in essa non c’era nemmeno l’ombra di fantasia […]. Era una città con mattoni rossi o, per meglio dire, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero permesso: così come stavano le cose, era una città di un rosso e di un nero innaturale come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e di alte ciminiere dalle quali uscivano, snodandosi ininterrottamente, senza mai svoltolarsi del tutto, interminabili serpenti di fumo”.
L’utilitarismo era una delle scuole di pensiero prevalenti nell’Inghilterra vittoriana e Jeremy Bentham fu il padre di questa filosofia che si basava sui “fatti”, escludeva l’importanza dei valori morali e spirituali, nonché delle emozioni, e abbracciava il principio sintetizzato dalla frase: “la più grande quantità di felicità per il più grande numero di persone”. Questo obiettivo, espresso con questi discutibilissimi (perché aridi e improbabili) termini quantitativi, era perseguito con un laissez-faire materialista determinando il classico disprezzo tra i proprietari di industrie e i lavoratori, e svalutando drasticamente l’immaginazione dando viceversa troppa importanza ai fatti e ai crudi, freddi, numeri.
È stato scritto in sede critica che Dickens, in quanto borghese, non avrebbe potuto raffigurare il mondo operaio e sindacale meglio di come ha fatto nei capitoli della seconda parte, laddove è stato ambiguo – credo volontariamente – nel mostrare come anche gli alti rappresentanti del movimento operaio siano vittime della tentazione retorica, e come gli operai siano dilaniati tra il collettivismo delle istanze di lotta e la loro personale forma di dignità e decoro e umanità, come accade ad uno dei personaggi fulcro del romanzo, Stephen Blackpool, che, per ottemperare ad una promessa fatta – in realtà non richiesta – dalla donna che ama, non aderisce alle iniziative del movimento rendendosi inviso a tutta la classe a cui appartiene, tranne alcune voci di dissenso che si sollevano tra la folla dell’assemblea sindacale. Tuttavia, anche se Dickens non vuole apparire agiografico nei confronti dei proletari, tuttavia la sua adesione empatica alla loro causa di oppressi traspare in modo fortissimo indirettamente attraverso il pregiudizio borghese che dei lavoratori hanno il capofamiglia Gradgrind e, ancor più, il greve e arrogante Bounderby, la cui immagine distorta, pregiudiziale, dell’operaio che segretamente ambisce ad agi e vizi, simboleggiati dal “cucchiaio d’oro” è nota a tutta la città proprio perché lui la sbandiera spesso nei suoi tronfi discorsi. È peraltro una geniale trovata dell’autore che quest’uomo, disgustosamente orgoglioso di essersi fatto da solo, non aumenti il suo prestigio millantando – secondo un diffuso cliché dei tempi – un qualche titolo nobiliare, ma al contrario ripeta in ogni occasione possibile che lui è di umili origini e che addirittura ha condotto sin da piccolo un’esistenza miserabile e durissima, abbandonato dalla madre. Sarà vero? Non lo riveliamo per non spoilerare, come si dice oggi. Per Bounderby, dunque, ogni forma di istruzione, persino quella rigidamente improntata ai “fatti” di Gradgrind e delle scuole del Paese è inferiore alla sua, che è cresciuto nel fango e nel freddo di un pozzo riuscendo da lì a sollevarsi e a costruire la sua fortuna di banchiere. La nobiltà, invece, gli giunge dalla luce riflessa della… sua governante (altra sorprendente inversione che dà rilievo plastico ai personaggi): la signora Sparsit, lei sì appartenuta a una famiglia importante grazie al marito poi defunto e che si ritrova ad esercitare una mansione molto modesta ma con una classe ed un portamento che non mancano mai di farle rendere sincero omaggio da parte di Bounderby, lasciando il lettore cogliere in questa una coppia perfetta, in equilibrio osmotico. Questo equilibrio verrà poi turbato e tenterà di ricomporsi e poi… chi leggerà saprà, ma qui non si può far a meno di riferire che l’evoluzione dei personaggi, necessaria in ogni narrazione matura, qui è condotta con un magistrale intreccio di vite e con un alternarsi dei piani che conferiscono al romanzo ritmo e densità di spunti.
Inoltre, pur nel suo taglio ovviamente narrativo e non scientifico, questo lavoro non manca di riflettere sul piano della ricostruzione spaziale, la distinzione tripartita delle città industriali inglesi del periodo quale già era stata individuata da Friedrich Engels (fondatore insieme a Marx del socialismo scientifico) nel suo celebre “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, in particolare nel capitolo “The great towns” scritto osservando in particolare Manchester. E ci si riferisce all’organizzazione concentrica che dal fulcro commerciale delle città passa per l’anello operaio prima di arrivare alla cintura periferica residenziale, laddove il secondo stadio viene il più possibile nascosto alla vista dei cittadini attraverso l’ideazione di opportuni punti di passaggio delle grandi arterie di comunicazione. Peraltro, fabbrica, chiesa, prigione, ospedale eccetera appaiono sostanzialmente indistinguibili, in un indifferenziato urbanistico che corrisponde all’indifferenziazione della forza lavoro, the hands, “le mani” che svolgono tutte mansioni simili e che appartengono a uomini che lavorano tutti nelle stesse viuzze e “che uscivano e rientravano tutte alla stessa ora, con lo stesso scalpiccio sugli stessi selciati, per fare lo stesso lavoro”. In questo tratto sconfortante si ritrova pienamente il carattere distopico di tanta letteratura successiva, da Jonathan Swift a Aldous Huxley e a George Orwell, il quale, stranamente, pur scrivendo un bel saggio breve su Dickens – criticandolo senza molti riguardi per il suo credere in fondo al filantropismo dell’uomo ricco buono che risolve tutto con le sue elargizioni come un deus ex machina in diversi suoi romanzi, e per il suo essere più un moralista che spera in un miglioramento degli spiriti che un rivoluzionario, e di essere uno scrittore che sa arrivare al popolo ma non avendo (neanche lui) una gran conoscenza di molti aspetti della vita reale, soprattutto del mondo del lavoro – manca però, infine, di cogliere in nuce in questo romanzo lo spirito del suo fondamentale “1984”.
L’industria mineraria e la lavorazione del ferro per le ferrovie presuppongono poi come contraltare del grigio plumbeo dei cieli il rossore del fuoco e dei suoi bagliori che riverbera anche nelle case e che è simboleggiato in piccolo dal camino in cui la intelligente figlia di Gradgrind di solito fissa il suo sguardo traendo dalle faville un invito alla meditazione mentre lo spegnimento allude al raffreddamento in cenere di ogni scintilla di vita, nello status quo di quella modernità rampante. E così, mentre un altro fuoco arde silenzioso nell’animo della giovane, repressa dall’educazione paterna coincidente con quella del Sistema (“un fuoco che ardeva senza materia”), e che la consumerà fino a farle poi chiedere nel redde rationem tardivo col genitore “…che ne avete fatto, padre, del giardino che avrebbe dovuto fiorire in mezzo a questo deserto?”, il quadro di desolazione e sterilità è completato dal riferimento simbolico ad una concezione del Tempo non come naturale “grande manifattore”: l’ “implacabilmente statistica pendola” nel salotto di casa Gradgrind, che scandisce “ogni secondo con un colpo secco” pari a “una martellata su una cassa da morto”. Questa notazione sul valore simbolico del fuoco richiama immediatamente l’uso di metafore agricole da parte di Dickens, sin dalla divisione tripartita del romanzo in “Semina”, “Falciatura” e “Raccolto”, ma poi declinata in un florilegio di esempi che contraddicono questa virtuosa sequenzialità contadina mostrando come la trasformazione industriale del mondo ci abbia offerto “una foresta meccanica”, ovvero una “foresta di telai” (tessili), un sole in “eterna eclissi”, una terra che è un “deserto” e un’acqua che nei fiumi scorre emanandoi un “fetore nauseabondo”,, essendo “nera e densa per le tinture”, e “al ronzio estivo degli insetti si sostituiva il cigolio di ingranaggi e pistoni”. Segni di inquinamento che si moltiplicano in una espressiva ridondanza metaforica: tanto più gli ideologi del protoliberismo sono affetti da povertà immaginativa, tanto più Dickens compensa con queste ripetute e potenti stigmatizzazioni espressive delle devastazioni prodotte dal culto dei “fatti”.
In questo nuovo ordine lo Stato però, opportunamente satirizzato da Dickens, è burocratizzato e subordinato all’apparato produttivo, sin dalla scuola, come detto fucina di uomini solidamente pragmatici e aridi. Nella rappresentazione complessiva e corale (non c’è un personaggio cardine o veri eroi nella storia) dello spirito disumano di un’epoca, si possono individuare, a parte i figli – femmina e maschio -di Gradgrind sui quali il sistema educativo fallisce dando luogo ad una giovane che accetta un matrimonio di interesse e ad un ragazzo che diventa un criminale costretto alla fuga, due clusters, due gruppi: padroni e operai, ma si badi bene che tra i primi ci sono tre sottogruppi, simboleggiati dal filosofo utilitarista, Gradgrind, il liberale che crede solo nell’economia (Bounderby), e il rappresentante del governo parlamentare, Harthouse.
Si coglie in questi passaggi una contrapposizione tra Storia, intesa come da Thomas Carlyle (umanista di ascendenza romantica citato nell’epigrafe del libro) un regno autonomo di valori eterni, e politica, trascesa dalla Storia proprio perché null’altro che l’ennesima finzione creata ad arte dai detentori del potere per legittimare il loro dominio. Dickens, pur non avendo conoscenze approfondite di tutti gli ambiti sociali, conduce senz’altro un vibrante attacco a questa retorica del potere viziata non solo da una ancora più scarsa conoscenza del popolo ma spesso da vera indifferenza verso il sociale. D’altronde, le proteste degli intellettuali del tempo e qualche idea di riforma delle condizioni di vita e dell’orario di lavoro (a quel tempo erano più di 10 le ore giornaliere i tessili, illimitate per i minatori) ancora non avevano effetto alcuno, e solo nel Nord dell’Inghilterra era all’opera un dinamico movimento sindacale…
Ecco: nel romanzo – che è didattico, “a tesi”, ma non lineare bensì stratificato e con fratture, senza ricomposizioni se non rare e individuali – dall’altra parte rispetto ai padroni e ideologi ci sono gli operai, i minori e il circo Sleary, regno della radicale ed emozionale gratuità, nonché settore marginale della contrapposizione bipolare, anche se tenta specie nel finale di esercitare una influenza positiva sulla famiglia che ha adottato Sissy, quella di Gradgrind. Se però i personaggi del circo in particolare non sono molto approfonditi, Bounderby e la Sparsit, come detto, costituiscono un minisistema perfetto per esemplificare l’inautenticità di certi strati borghesi e dei loro infingimenti ingrassati di arroganza malcelata. Dickens in questo dimostra di non essere banalmente melodrammatico ma di saper decostruire il sentimento, non tanto nel matrimonio di interesse della giovane Gradgrind, Luisa, ma nel ruolo di moglie-ombra che la Sparsit si ritaglia salvo poi danneggiarsi da sola nel tentativo di affossare la reputazione della sua giovane rivale, insidiata peraltro da un Harthouse apatico e annoiato da tutto, freddo e paziente seduttore, più preso dal gusto strategico della conquista che da veri sentimenti. È stata ravvisata dai critici una certa teatralità (vittoriana) ad esempio proprio nella contrapposizione tra il diavolo tentatore Harthouse e Sissy, la figlia adottiva dei Gradgrind, proveniente dall’ambiente del circo, la quale, nella scena del loro colloquio, con le sue parole di verità si pone come innocente nemesi del peccatore, neutralizzato nella sua retorica da politico di professione. Meno classicamente teatrale e invece più oscura – secondo alcuni meno riuscita – è la relazione di Stephen Blackpool con la sua moglie degenere, in stato abbrutito, che torna ad occupargli la casa e della quale lui si vorrebbe definitivamente liberare per sposare la sua collega operaia Rachel, in una dinamica intrisa di rassegnazione che però resta lo stesso un manifesto a favore del divorzio.
E così, schematizzando si può sostenere che mentre nella prima parte del romanzo prevale la denuncia delle trasformazioni operate dal capitalismo industriale, nella seconda l’analisi lascia il passo ad una ricerca di un compromesso, ovvero non insistendo più tanto sullo sfruttamento e la divisione in classi, quanto piuttosto sulla possibilità della borghesia di contenere i conflitti adottando modelli di relazione bastati sulla dimensione privata. In generale Dickens tende a proporre un’estensione alla sfera pubblica del modello cooperativo rappresentato dalla famiglia, ma si vede nel corso della vicenda come questa connessione tra i due mondi sia inadeguato, e come le connessioni siano pressoché impossibili da stabilire in un mondo che riduce in distruttività ogni legame.
Tornando alla forma, se dunque le descrizioni sono ridotte rispetto alla norma di Dickens ed il punto di vista dell’io narrante esprime sì valori come la natura, il nuovo Testamento o la tradizione dei fairy tales, ma non è predominante, va invece sottolineato il diverso linguaggio adottato dai vari personaggi, con particolare riferimento a Gradgrind, oggettivo e inimmaginativo, ma soprattutto alla contraddizione, in Bounderby, tra la sua altrettanta referenzialità razionale a livello ideologico e la sua invece scoppiettante e costante invenzione di spunti metaforici o trovate icastiche, quali il cucchiaio d’oro e le zuppe di tartaruga bramate dagli operai secondo lui, ed anche i rigagnoli che sarebbero stati la sua culla (a suo dire) e le botte che avrebbero rappresentato il suo latte. D’altronde, proprio la concezione utilitaristica del Tempo (simboleggiata dalla “pendola statistica”, come detto, frammenta la continuità e favorisce la proliferazione di menzogne strumentali, quali queste sul suo passato da parte dell’“inventore”, manipolatore della sua storia, Bounderby, che si effigia in una mitologia personale che passa sotto silenzio il ricovero della sua praticamente rinnegata madre, che non può neanche condividere il cognome col figlio. Rilievo diverso e notevole sul piano linguistico ha lo stile sussiegoso della nobile decaduta Sparsit, che ogni tanto ricorre ad antonomasie per richiamare i suoi alti natali attraverso la citazione dei cognomi della sua famiglia.
Per voler dare poi ragione alle posizioni critiche di Orwell verso Dickens, accusato di coprire le sue lacune in fatto di economia, mondo delle professioni e politica, con la satira, il melodramma e in generale l’importanza che assegna alla trama (quasi un orpello vittoriano, per Orwell), col suo corollario di intrighi, travestimenti, parenti misconosciuti, testamenti nascosti, coincidenze ed omicidi, riscattati dal gusto per il dettaglio impressionista, bizzarro ma un po’ statico, anche con saltuari tocchi di oscura necrofilia anch’essa vittoriana, e la profusione di particolari eccentrici che fanno stile attraverso il gusto del farsesco inverosimile, artefatto e… indimenticabile (un discorso che riguarda da vicino anche l’autore del presente articolo), concludiamo la disamina con un accenno alle dinamiche “giallistiche” all’opera nel romanzo (che a differenza di altri lavori di Dickens non alletta il lettore con un finale lieto all’insegna del ritiro del protagonista borghese nella “distinta agiatezza”).
Mentre Luisa sbaglia nell’assecondare Harthouse per amore del fratello, che potrebbe riceverne un aiuto, e d’altronde anche l’avvicinamento di lei e di Tom all’operaio Stephen determina paradossalmente la disgregazione della famiglia (e dell’idea di società che essa simboleggia), Bounderby è talmente accecato dall’ambizione di rafforzare la sua posizione diventando intimo di questo esponente politico, al punto di ignorare le brame di questo verso la sua giovane moglie, e l’aspetto “poliziesco” del romanzo, che accresce il suo appeal commerciale, prende l’avvio proprio dalla accanita e un po’ grottesca indagine che compie solo la Sparsit, in un memorabile inseguimento notturno, nonostante le intemperie, mirato a sorprendere i due amanti in atteggiamenti compromettenti. Notevole, in precedenza, è anche il colloquio tra costei e il seduttore, in cui la donna tra le righe lascia intendere a lui di aver capito il suo sordido gioco. Ma il vero crimine è il furto ai danni della banca Bounderby, e proprio costui si erge ridicolmente a titolare dell’indagine, temporeggiando, mentre sono altri personaggi ad intuire chi possa essere il responsabile. Lo stesso Stephen si ritrova ad essere nel finale al centro di un risvolto “giallo” i cui termini non vengono approfonditi se non nell’esito, probabilmente per rimandare a quei tanti delitti rimasti impuniti o accettati socialmente, in mancanza di prove certe, come fatalità.
Simile considerazione può esser fatta su un disastro ferroviario cui si fa solo un cenno per indicare poi come nel contesto istituzionale le responsabilità spesso non vengano accertate per non danneggiare importanti interessi economici. D’altronde, nelle impalcature dei romanzi dickensiani avrà sempre più spazio l’elemento investigativo, fino al suo ultimo lavoro, “The mistery of Edwin Drood”, che si porrà come un ragguardevole anticipatore di questo genere narrativo. Mentre in “Hard times” resta primario, anche se condotto con vari strumenti – tra cui il tradizionale “culto del carattere” tipico della Letteratura inglese tra Settecento e Ottocento – l’intento satirico di una analisi critica della condizione operaia… insieme al campo parallelo del privato, la cui integrazione col pubblico fallisce nel romanzo ma che invece il lettore, dopo l’ultima pagina, deve riconoscere come l’ambito in cui far derivare dai “fatti” una responsabilità morale individuale.
Che poi oggi la pandemia abbia aggiunto un’altra fonte di dolore all’esistenza, senza che altre difficoltà economiche o esistenziali si siano attenuate, e che si siano registrate numerosissime perdite di vite umane in circostanze strazianti, ci porta a credere che la strada per l’utopia sia solo lastricata di buone intenzioni ma che il reale percorso in realtà sia – al netto del progresso tecnologico – di natura prevalentemente infernale e cioè una successione di distopie in cui si procede in modo arrangiaticcio tra disoccupazione, mancate riforme, guerre insensate, persistenti razzismi, sconfortante insensibilità e tanta solitudine.

il7 – Marco Settembre

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