Tutto sulle inquietudini striscianti: “Rumore bianco” di Don DeLillo

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Questa recensione esce praticamente in contemporanea alla proiezione di apertura della Mostra del Cinema di Venezia, dedicata al film “White noise” che è stato tratto proprio dal romanzo di DeLillo. Ho calcolato tutto? Chissà!.. 🙂

Nel pomeriggio del 23/8/2022 ho dormito un po’ e ho fatto un sogno che tradisce un mio pallino: le questioni morali. Ho sognato che c’era una sorta di dibattito on line e che io con un paio di commenti pubblici sottolineavo che sono ingiuste tutte le discriminazioni, comprese quelle verso chi ha gusti (culturali) “troppo” sofisticati o invece più semplici. I contenuti da fruire vanno porti in modo da stimolare un nuovo fruitore, per ampliare i suoi orizzonti senza sminuirlo, così com’è ingiusto pensare che chi ama solo prodotti di un certo livello sia necessariamente snob. Questo sogno si è andato ripetendo per un po’ finchè non mi sono svegliato e… ho ritrovato accanto a me il libro che stavo in quei giorni finendo di leggere, ovvero “Rumore bianco” di Don DeLillo. È ben noto il magistero di questo colossale autore americano, alfiere del Postmodernismo assieme al compianto David Foster Wallace e a una manciata di altri scrittori, ma in questo caso un recensore che non voglia passare per snob deve, secondo me – sto per farlo, ma poi ne riparliamo – dire che in questo corposo volume uscito per i tipi della Einaudi non succede nulla di DAVVERO eclatante e non c’è in apparenza una trama classica che ci trascini lungo la sorte dei personaggi, il che potrebbe far affermare a un lettore pigro e dannatamente sbrigativo che addirittura “non succede niente”. Ok, paradossalmente proviamo ad ammetterlo – pur senza “concederlo”, come si diceva una volta, no?, “ammesso e non concesso” – ma allora bisogna anche ribattere prontamente e decisamente che in compenso in questo libro è spiegato TUTTO. Non tutto della vicenda narrata, perché trionfa la sospensione e la rarefazione, ma tutto di ciò che percorre la nostra contemporaneità – o quasi, perchè il romanzo è del 1984 (e l’anno successivo vinse il National Book Award) – a partire da quello che il titolo suggerisce come tema primario ma vago e subliminale per sua natura, ovvero le onde elettromagnetiche e altri sottili e invisibili fenomeni: tema che ancora oggi ci infesta in buona misura a livello di suggestioni di massa e paranoie collettive, fino alle sconcertanti agitazioni che hanno percorso i populisti a proposito dei possibili effetti dei vaccini anti-Covid, e mi riferisco alle rivolte dei famigerati No-Vax.

Ma naturalmente DeLillo, pur in una prosa dal movimento rapsodico, tratta l’argomento in varie sfaccettature, illustrando a suo modo quello che potremmo chiamare il senso serpeggiante di inquietudine dovuto alla modernità. Il romanzo è strutturato in tre parti, delle quali la prima e la terza constano di una ventina di capitoli l’uno, abbastanza agili, mentre la sezione mediana è un unico blocco piuttosto lungo che autorizza il sottoscritto a scrivere ora che in fondo quest’opera è forse uno dei primi esempi contemporanei di distopia letteraria non dichiarata come tale. Ci tornerò sopra in chiusura.

Don DeLillo, american writer. Bologna, © Leonardo Cendamo

In effetti questa sezione centrale è dedicata al cosiddetto “evento tossico aereo” e alla sue conseguenze: un incidente ferroviario capitato nei pressi della cittadina americana di provincia in cui vivono i protagonisti e che sviluppa una terribile nube di scorie chimiche che costringe la popolazione nelle vicinanze a un macchinoso esodo verso zone più in sicurezza. Anche i momenti di pausa, di raccolta degli sfollati, disposti dalle autorità, sono descritti in dettaglio nelle loro pieghe assurde, tra visionarietà e commedia. Ma come tutto. Perché DeLillo è semplicemente enciclopedico, illuminando con la precisione e l’evocatività, al contempo, della sua scrittura, tutti i versanti esistenziali e artificiosi e inquieti di una quotidianità che appartiene a noi tutti e che non di rado vorremmo sentirci spiegare prima che sia troppo tardi. Nel frattempo si va avanti e la vita oggi è fatta di molte più cose che nel passato, e di volta in volta capita di focalizzarci su una o due, che si rincorrono tra realtà e pensieri, finchè alcune non diventano delle piccole o grandi ossessioni. Temi ricorrenti. Come in questo romanzo, che – come un contenitore con dentro qualche piccolo elemento di plastica rotto che a scuoterlo risuona – mette in circolazione delle tematiche cui a volte non si fa caso ma che invece dovremmo ammettere che hanno una certa urgenza. E perchè non si riescono a risolvere subito? Perchè sono appunto avviluppati in un flusso che non è solo quello degli elettroni, degli odori chimici, delle sostanze contaminanti e del brusio di frasi, estrapolate l’una dopo l’altra, di TV e radio che magari si accendono da sole; no, il substrato, proprio come per noi lettori che cerchiamo risposte, è nel tessuto stesso del nostro tempo. E nella famiglia! Ampia, allargata, complessa.

Copertina di una delle edizioni Einaudi del romanzo

La famiglia, dunque… Se ne parla come di un microcosmo, in genere, il primo nucleo sociale, ma quella del protagonista Jack Gladney, professore di studi hitleriani (!) in un campus universitario, su cui l’autore esercita una certa quota di satira anti-accademica, è invece osservata dall’autore come tutti dovremmo fare, e quindi, più che macro, diventa un universo di quadri psicologici, dettagli, momenti, che sono folgorazioni di quel senso del postmoderno che sembra sia una chimera. Per illustrare anche la dimensione dell’intellettualismo spicciolo, il supermarket appare come la ideale biblioteca del professore, o almeno un luogo di meditazione. Con la sfera consumistica di falso sostegno individuale certamente in funzione del capitalismo che ormai è tanto consustanziale alla realtà che è piuttosto raro trovare chi ne coglie criticamente le segrete frequenze. Come sostiene Murray J. Siskind, collega di Jack che vagheggia e quasi profetizza lo sgranarsi di apocalissi un po’ fredde e indifferenti, il supermarket è un non-luogo (volendo usare il noto termine coniato da Marc Augè) saturo di radiazioni, codici alfanumerici, voci e suoni in attesa di essere decodificati. Mentre la famiglia è sì fonte di variegati stimoli non accademici, ma è anche “la culla della disinformazione mondiale”, secondo il protagonista.

L’attuale moglie di Jack, Babette, caratterizzata da un’ammirevole solidità, e lui stesso, hanno figli da precedenti matrimoni, e le precedenti consorti sembrano inquiete ombre complottiste che divergono dal classico American Dream ma che fanno parte di una complessità Statale oltre che relazionale, e peraltro la più paradigmatica lo rimpiange vivamente. Capisco…

Il postmodern di DeLillo è tale anche se estremamente maturo, per cui c’è una levità e un equilibrio tra il giocoso e il quietamente onirico che pervade anche i momenti in cui si prefigura o affiora il dramma. La personalità del figlio maschio di Jack, la libertà delle figlie piccole nel prendere l’aereo, e, ripeto, le ex mogli spie (improbabili, ma è comunque una dimensione presente nell’universo di riferimenti made in USA, dove il controspionaggio è una fissa dai tempi della Guerra Fredda, solo che questa tipa qui, l’ex moglie numero uno, ricopre il suo ruolo scrivendo recensioni “cifrate” per libroni inviati a lei da case editrici forse fittizie, il che fa sorridere come battuta metaletteraria/metaeditoriale), e poi l’uso (negato) di medicine/droghe, un’arma tenuta nascosta e, su tutto, tra tutte queste delizie da commedia sofisticata con l’ombra di malesseri vari, c’è l’ossessione della morte. D’altronde, perchè approfondire il tema dei pericoli moderni e invisibili da psicosi collettiva se non ci fosse alla base, almeno da postulare, un’ansia del tempo che passa e della morte che ci si fa incontro in modi sottili e subdoli? Ecco che allora ognuno degli aspetti precedenti può anch’esso assurgere al rango di ossessione, tra privato e pubblico, tra psicologia e sociologia. 

Illustrazione di copertina di un’altra delle edizioni Einaudi di “Rumore bianco”

Nel colossale “Underworld”, una delle vette più alte della letteratura americana, DeLillo abbonda in sottotrame e personaggi, componendo un mirabile affresco storico – benchè non in ordine cronologico lineare – dell’America nei passaggi dal dopoguerra agli anni ’90, inseguendo le sorti di un oggetto-feticcio, la mitologica pallina da baseball della celebre vittoria al Super Bowl dei New York Giants contro i Dodgers, ma non si focalizza sulle paranoie striscianti come fa in questo successivo “Rumore bianco” (e in altre sue prove). Possiamo sostenere che nel suo corposissimo capolavoro abbia voluto omaggiare il suo Paese pur senza nasconderne le note pagine controverse, come la crisi dei missili di Cuba, mentre in altri lavori abbia voluto dar corpo alle inquietudini senza nome su cui si sposta il malessere quando non si riesce a individuare un nemico certo, con un volto. È forse la tecnologia? Ci rovina, ci danneggia? Perché è anche invasiva e coinvolge aspetti intimi e sensibili come la cura del nostro corpo così penosamente deperibile? Forse. Però il romanziere americano ci lascia anche cogliere le aporie logiche di una tale posizione, che ingigantisce il disagio e le sue fonti.

Ognuno nella “famiglia” dei lettori troverà, sceglierà, in “Rumore bianco”, la sua ossessione preferita, e coglierà le risposte suggerite. Ad esempio, l’occupazione principale di Jack è quella di insegnante specializzato in studi su Hitler, e se all’inizio DeLillo ci lascia col presagio sinistro di dove un’inclinazione simile possa portare in un Grande Paese in cui c’è anche una Destra incombente, il Great Old Party – e infatti la lezione congiunta alternata di Jack e del suo collega accosta nella grandezza la figura del diabolico dittatore tedesco e quella del grande Elvis, altra icona, senz’altro molto amata ma anche discussa per qualche collusione con Nixon – ecco: procedendo nella storia, invece, questa insolita materia di studio diventa lo sfondo grottesco di una scena in cui il professore si distacca dagli altri esperti della disciplina dandone un ritratto farsesco.
Altri lettori allora si soffermeranno con più angoscia sulla questione del tradimento della moglie, giustificato in qualche modo anch’esso dall’insorgenza dell’ansia per la morte e dalla necessità di un indecente baratto per ottenere cure chimiche all’avanguardia per questo terrore. Bah! Appare come una metafora letteraria geniale ma particolarmente fastidiosa, anzi repellente, della pulsione che può spingere una partner a una tale slealtà; in effetti, un assunto fondante del romanzo, espresso in almeno due passaggi, è che ogni dimensione legata all’intrigo è portatrice di morte, magari non necessariamente fisica (ma nel libro è presente anche lo spettro del cancro – anche Jack deve affrontare l’ombra della morte, preoccupato per essersi esposto alla tossina – e un paio di fasi incentrate su dialoghi abbastanza assurdi con medici) ma sicuramente psicologica: un o una tale che vengono trascinati nelle sfere opache e concentriche dell’intrigo, dei segreti, delle falsità, vivono male, una vita che è morte trascinata. Quelli che colpevolmente l’hanno cercato, tutto ciò, se lo meritano.

Eppure la misura che DeLillo offre della complessità non è tale da risparmiarci sorprendenti ribaltamenti. Il punto di svolta fatale è portato dal capitolo sull’apparizione inattesa del suocero del protagonista: pur nell’impianto da commedia pensosa, è evidente la qualità di araldo di morte di questo personaggio. La narrazione è sempre stratificata, dunque, ma in ossequio alla nota regola narratologica che prescrive che se in una scena compare una pistola dovrà arrivarne un’altra in cui la pistola verrà usata, DeLillo ci lascia incerti sulla direzione della vicenda, eppure con cadenza onirica la tensione cresce. Anche il capitolo sul profondo confronto dialettico tra Jack e il suo collega/amico Murray sul tema della morte, da una parte offre una serie di risposte al lettore – risposte spendibili nelle nostre esistenze, in barba a chi considera il Postmodernismo solo un ludico effetto di superfici specchianti – ma dall’altra offre risposte “orientate” al protagonista, che al di là del carattere teoretico della speculazione lo condizionano ad… accettare l’intrigo di cui si diceva prima, come una manifestazione vitale. Viene inteso come voglia di costruire, di programmare, di cercare di dominare gli eventi, ma l’ambiguità è palese: si tratta anche di un elogio della violenza come aspetto della morte. La trattazione del secondo dei due temi principali del romanzo doveva certo essere completa, e così lo è, ma in questo caso la piega presa dalla discussione è funzionale alla parte finale della narrazione. Infatti io come recensore confesso di avervi ingannato più di DeLillo stesso, che ci fa credere che le rassicurazioni quotidiane siano neutralizzazioni del lato oscuro: ho scritto all’inizio che nel romanzo è tutto soft e che non succede nulla di davvero incisivo; ebbene, non è vero. Quel che c’è di vero è che l’autore mantiene sempre l’indecidibilità che è connessa allo stato di radiazione delle cose (il tema n.1), per cui spinge avanti la tensione ma poi ritratta: quel che ci fa sentire davvero vivi e in risonanza è la violenza?, o no, forse basta una quota di disobbedienza civile o la trasgressione di una uscita notturna in una zona non conosciuta? E la densità delle cose è questione di fibrillazioni speciali oppure a un certo punto diventa materialità? Sono interrogativi speculativi e al tempo stesso dei flashforward. La ricercatrice sfuggente ma simpatica Winnie Richards a quel punto ci ha già dato le informazioni preziose, e Jack era teso nel sentirle ma già le aveva presagite. C’è anche il riaggancio al tema della germanitudine, che chiaramente deve procedere di pari passo con l’andamento della tensione sotterranea (Murray dice la sua anche sulla valenza dell’item Hitler; viene indicato il modello della pistola, che è di fabbricazione tedesca).

Si arriva così al punto in cui qualcosa accade, in un capitolo che metaletterariamente e indirettamente DeLillo ci definisce come “stiloso”, perchè vuole mantenere la sua voce autoriale anche mentre costruisce questa lunga scena da thriller. Riesce a conferire anche a questa un “alone extrasensoriale”, fino a giustificare pienamente, con i flashes non poco pulp di una rivelazione, il “rumore bianco” del titolo, per mantenere il quale fa dire all’antagonista ”Sei molto bianco, sai?” ed usa la parola “rosso” a proposito del sangue solo quando Jack ci riferisce: “Scoprii che cosa fosse veramente il rosso, lo vidi in termini di lunghezza d’onda dominante…” Il soggetto discutibile pare peraltro che si chiami Milk come il latte, di cognome, ma quel che conta è che noi lettori insieme al protagonista, in quel lucore del momentum ma anche nella densità materiale dei fatti crudi, arriviamo a un diverso grado di consapevolezza: cogliamo “chi sono, nel reticolo dei significati”. Eviterò spoiler più chiari di questi, ma avverto che non è tutto qui: “tutte le ferite” trovano un posto nelle costellazioni della “vita segreta delle cose”. Anche la furia maschile e preistorica potrebbe trovare un suo corrispettivo dialettico, potrebbe esserci una nemesi, imperfetta, insoddisfacente, mai un vero rimedio. Anche quando con Jack entriamo in “una compagnia germanofona migliore”, in quella notte, ci sono ribaltamenti inattesi, non facili (o non narrativamente prevedibili) consolazioni, e anzi anche il sottotema della religione o delle religioni viene giustamente problematizzato. Alla fine, nelle pagine di decompressione assistiamo a un piccolo grande (altro) pericolo, che dimostra ancora una volta che “siamo creature fragili, circondate da un mondo di fatti ostili”, e che a volte il nostro stesso coraggio di uscire dalla comfort zone ci espone pericolosamente, però quest’ultima minaccia possiamo dire che si stemperi sullo sfondo di uno di quei tramonti troppo carichi che ormai sono solo da accettare, probabilmente adulterati anche loro da qualche forza elettromagnetica (simile a quelle che oggi ci minacciano dai cellulari 5G). 

Che fare? Forse, ascoltare, alla Ballard, la “coscienza dell’autostrada”, gustandosi come per tutto il romanzo il contrappunto e le interpolazioni di marchi commerciali, termini tecnici, e frasi estrapolate dalla TV e dalla radio. Il nostro è un panorama mediato in cui siamo chiamati noi stessi ad essere medium, ad essere o avere antenne ricetrasmittenti, o anche in senso paragnosta: cogliere i segnali, essere sintonizzati su un universo mutante, tanto da capire che se annulliamo con la medicina/droga Dylar la paura della morte, farmaco che in un certo senso non è che uno “specchietto per le allodole”, ci si può sempre schiudere davanti “una morte più grande”, quella dei pericoli ma anche quella della falsità e malignità che non è più solo piccolo-borghese ma è trasversale. Atteggiamenti fastidiosi e scorretti di amici e conoscenti sono anch’essi contemplati nel testo: in Murray stesso che esagera con i complimenti alla moglie di Jack, all’inizio, e poi quando nel capitolo sulla morte dice impietoso: “Meglio te che me”. E il personaggio Massingale, a pag. 103, dopo aver squadrato con condiscendenza l’interlocutore ed essersi assicurato che non si sarebbe offeso per ciò che gli avrebbe detto, fa: “Hai un aspetto assolutamente inoffensivo, Jack. Un individuo grosso, inoffensivo, insignificante”. Jack non si offende ma si affretta ad allontanarsi e poi si dà allo shopping compulsivo con la famiglia, con l’evidente intenzione di compensare l’umiliazione. Io non corrispondo a quella triste descrizione però al posto del protagonista avrei risposto: “Ma chiudi il becco, fanfarone buzzurro col cranio disabitato!” Questione di caratteri. Comunque, prendiamo per buono il momento di vulnerabilità del personaggio e capiamo che anche questo purtroppo può succedere e succede. Cautela, dunque, ma guardiamo con coraggio anche in profondità.

Il “rumore bianco” che appare in TV in assenza di segnale

Quanto sono gravi gli effetti delle tossine nell’aria e quanto aveva ragione Burroughs nel sostenere che l’uomo stesso è un virus? La paura, specie se dall’elemento artificiale si allunga fino al pensiero della morte, non è che “una forma di autocoscienza”, suggerisce DeLillo.

Considerando quanto scrive l’autore a pag. 343 sul valore che ha per noi la distopia, ovvero le rappresentazioni fosche di realtà sociali e politiche, in Letteratura, che sono all’opposto di quelle utopiche, si può dire di questo “Rumore bianco” che si pone quasi come uno di quei romanzi che rientrano o slittano nella Fantascienza – distopica in particolare – pur senza dichiararlo, come alcuni autori (o magari più i loro editori) fanno strategicamente per evitare il rischio che il pubblico che nutre pregiudizi verso questo genere si allontani. In questo caso non ci si può allontanare, perchè il rumore bianco ci insegue, ci assilla, è il nostro ronzante ed enigmatico presente.

Prima ho citato senza esplicitarlo il “Che fare?” di Černyševskij, caposaldo della formazione politica dei rivoluzionari che avrebbero soppiantato il vecchio e putrido sistema zarista con la società socialista. Lo stesso Lenin utilizzò lo stesso titolo per una sua importante opera del partito rivoluzionario. E il riecheggiare di questa domanda, con le elezioni difficili di questo Settembre 2022, vorrebbe indicare la direzione di uno sforzo etico e solidale che potrebbe definire, come ai tempi di Lenin, un uomo diverso, nuovo, appartenente a una generazione futura che dovrà affrontare problemi inediti come le conseguenze del mutamento ambientale globale con tutti gli annessi, e che dovrebbe poterlo fare all’insegna della giustizia sociale e dell’uguaglianza economica.

Nella prima parte di “Rumore bianco” si legge: “La gente va in ferie non per riposare o divertirsi o vedere posti nuovi, ma per sfuggire alla morte insita nelle cose di tutti i giorni”. Cerchiamo di sfuggire intanto, il 25 Settembre, qui in Italia, alla prospettiva della “ondata nera”!

il7 – Marco Settembre

mer 31/8/2022 21:49

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