Una pausa di pesantezza nel deflusso da Disneyland

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Dal “Progetto NO” parte II,
episodio “Una pausa di pesantezza nel deflusso da Disneyland

Mentre le due sorelle figlie del Ministro dell’Economia del Progetto NO, Ludovikaaah e Rezna, si guardavano con astio pensando ciascuna che l’altra poteva riuscire ad essere stupida e quindi sexy più dell’altra, il piano inclinato su cui stavano salendo usando delle speciali ventose-morbose prese a dondolare, perché erano le 16:38, l’ora in cui a Disneyland buttano fuori un po’ di gente (che era rimasta dentro per due o tre notti a farsi dilaniare il cervello e gli impianti muscolari a molletta) senza preoccuparsi se nella calca qualcuno ha le orecchie che gli vanno in tilt oppure se la struttura chimica del fibroma d’attacco di un appestato può spaccargli lo sterno da dentro. Sembrava come se loro due, in particolare, si fossero arrampicate su un piccolo poliedro in modo da far defluire quella bella massa di cretini, ma il poliedro kitsch era in realtà solo un diversivo creato per attirare chi era ancora al di fuori della struttura a comprare un biglietto pagando col sangue, e ad entrare facendo il giro magari più giù, lungo il vialetto che scendeva per quasi un chilometro sotto il cimitero delle lavastoviglie per poi riemergere davanti all’ingresso principale, dove Maggie, il Maggiolino tutto matto, sgommava curvando sul posto e creando una tromba d’aria di smog acido che di media condannava metà dei visitatori a farsi poi asportare un polmone di gran fretta, seduta stante, da una apposita squadra di tre calzolai. E però, mentre le due ragazze constatavano che c’erano anche altri blocchi esagonali sospesi lungo il piano inclinato verso l’alto, e che anche su questi c’erano gruppetti di massimo quattro individui che, standosene stretti a sopportarsi, facevano una pausa di vera pesantezza e osservavano il deflusso, fu chiaro che dalla parte opposta, dal basso, parecchie decine di persone dagli sguardi vuoti come scodelle vedevano quelli che sembravano affacciati da aperture rozze simili a finestrelle con serrande verde pallido, e allora gli gridavano: “Maledetti! Fate salire su noi!” oppure “Ma vi pagano, per dare ‘sto spettacolo?” Parecchi ridevano scoprendo denti completamente anneriti da vecchie otturazioni fatte col piombo; tre invece, sparsi qua e là, tirarono fuori dei coltelli ricavati da secchi di latta col manico reso impugnabile da strati di nastro adesivo da pacchi, e sbudellarono un finto nonno con un serpente intorno al cappello e due ragazzotti che s’erano distratti a svitare il thermos dell’acqua piovana che gli sarebbe servito per ristorarsi durante il rabbuiante pomeriggio in gita.

E però, tra la gran folla che migrava sperando di potersi un giorno sentire bene in qualche luogo sulla Terra, ci fu un tale che aveva indosso una mimetica strappata col collo alla coreana e dei bermuda che gli lasciavano scoperti degli stinchi intirizziti e storti per il gelo di quel Luglio spietato nella sua anomalia arrogante, Questo ragazzo tirò una cordicella, mentre guardava proprio verso Ludovikaaa e Rezna, e attirò quindi davanti a sè quella roba che lo seguiva al guinzaglio. Cos’era? Sembrava un prodotto indecoroso ma recente, a metà tra una bicicletta Graziella rubata alla fine degli anni ’70 ed un contenitore sigillato che viveva di vita propria e però non aveva un soldo da spendere. Questo ragazzo teneva la testa da manichino sub-elettronico avvitata sotto ai capelli castano scuro fittissimi francamente un po’ sporchi, e guardava verso l’alto, cioè verso quella specie di finestra lungo la parete che si gonfiava per la pressione dei visitatori in uscita, finché disse:
“Ehi, io sono qui… Semplice! Ed ho con me un detergi-visore che rolla e ti fa sentire bene cosa sono le ruote spugnate, in un dispositivo mobile… È come un passatempo, e io dico che con questo possiamo spassarcela insieme mica poco. Eh? Tu che dici, roscia? Vuoi anche il lubrificante? Ce l’ho, eh?”

Rezna serrò la bocca ben disegnata in una smorfia volgare di disapprovazione porno-radical, poi si tolse la parrucca, la colorò all’istante di un bianco che le uscì dai canaletti cyberpunk sotto le unghie, e – riferendosi al tipo – disse alla sorella: “Questo è mio, lasciamelo!” Poi mise le mani a coppa davanti al grugno provocante con tredici chiodi storti sulla guancia sinistra invece dei piercing tipici del secolo precedente, e urlò al giovane dall’aria fresca, giù di sotto: “No, mi dispiace, mi sembri troppo il… – come si dice? – prototiCo del bravo ragazzo, e io poi se vengo delusa ammazzo pure mio padre!” La sorella Ludovikaaa la slinguazzò all’istante dentro un orecchio, come se ciò fosse il premio per un quiz indovinato.

Tre secondi dopo, si aprirono le chiuse e i chiostrini nel lungo piano inclinato, i predellini esagonali si ritirarono e, insieme ad altre trecento-quattrocento quintalate di corpi sporchi e sudati, le sorelle furono scaricate di fuori, a gambe all’aria in mezzo ad altri enti antropo-amorfi che dicevano: “Però mi sono divertito” oppure “Lì dentro vivere o morire è indifferente, è Disneyland eppure non gliene frega niente a nessuno!”

il7 – Marco Settembre
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sab 6/7/2019 17:40

Atwork by Beeple:
Mike Winkelmann is a graphic designer, works under the name of Beeple and comes from Charleston, South Carolina, USA. He makes short films, VJ clips, and everydays. He has released a picture every day for the last 10+ years.


A proposito dell’immagine scelta come illustrazione:
Mike Winkelmann is a graphic designer, works under the name of Beeple and comes from Charleston, South Carolina, USA. He makes short films, VJ clips, and everydays. He has released a picture every day for the last 10+ years.

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